Attualità

Siria: a Vienna si negozia, a Damasco si muore


 Terrasanta.net |  25 gennaio 2018

I resti di un proiettile esploso.

Inizia quest'oggi a Vienna una due giorni di negoziati per la pace in Siria, sotto l'egida dell'Onu. Intanto, sotto le bombe, i siriani continuano a morire. La testimonianza di un frate dal centro di Damasco.


(g.s.) - Si è apre quest'oggi a Vienna una nuova tappa dei negoziati sotto l’egida delle Nazioni Unite per cercare una via d’uscita al conflitto che devasta la Siria. L’inviato speciale Onu, Staffan de Mistura ha messo all’ordine del giorno della discussione, che si protrarrà fino a domani, i punti cardine di una nuova carta costituzionale da adottare nella cornice di una soluzione politica di compromesso, accettabile da tutte le parti: il governo di Damasco, le forze ribelli che cercano di rovesciarlo dal marzo 2011 e, giocoforza, le potenze regionali o planetarie che affiancano gli opposti schieramenti. In questa due giorni il tema delle future elezioni sotto la supervisione dell’Onu resterà sullo sfondo. L’argomento è alquanto controverso: il presidente Bashar al-Assad continua a ripetere che il suo futuro politico dipende unicamente dalla volontà degli elettori, mentre le forze di opposizione ribadiscono la richiesta di una sua uscita di scena.

Di qui a pochi giorni - il 29 e 30 gennaio - si parlerà di Siria anche a Sochi, città russa sulle sponde del Mar Nero, nell’ambito di un’iniziativa diplomatica parallela sponsorizzata dal governo di Mosca (con l’adesione anche di quelli di Ankara e Teheran). L’iniziativa russo-turco-iraniana è iniziata a fine 2016/primi del 2017 ad Astana, capitale del Kazakistan, e nel maggio scorso aveva consentito di individuar.:e quattro aree della Siria in cui ridurre l’intensità dei combattimenti per consentire alla popolazione civile di riprendere fiato. Quegli accordi non furono accettati da tutti e stabilivano comunque solo una tregua temporanea di alcuni mesi.

Oggi i siriani continuano a morire a causa della guerra. I funzionari Onu denunciano la ripresa di una violenza devastante in varie zone del Paese. In questo mese anche due delle quattro zone di riduzione dei combattimenti (Ghouta orientale, nei dintorni di Damasco, e il distretto di Idlib, nel nord-ovest del Paese) sono pesantemente colpite da bombardamenti aerei, a spese della popolazione civile, delle scuole e degli ospedali.

Come già riferivamo nei giorni scorsi, anche il quartiere cristiano di Bat Touma, a Damasco, è sotto tiro. Colpi di mortaio, sparati probabilmente dai ribelli antigovernativi, hanno causato nuovi morti (almeno 8) e feriti (una ventina) il 22 gennaio.

Dal convento francescano del Memoriale di San Paolo, situato proprio nel quartiere, fra Bahjat Karakach testimonia: «Tantissime persone affollavano la piccola anticamera della terapia intensiva, una attesa bruciante scandita dalla preghiera di un coro di persone che in attesa di sapere se i loro cari ce la faranno, se riusciranno a sopravvivere, pur nella tragedia di aver perso una gamba o un occhio... E dall’interno si sentivano solo grida di dolore... I medici si prodigavano ma senza poter soddisfare i bisogni di decine di feriti, sopraggiunti tutti insieme dalla vicina piazza di Bab Touma. La scena era apocalittica all’ospedale Saint Louis. Me lo ha raccontato Georgette, che era lì per sostenere i genitori di una ragazza sedicenne, sua parente, che all’uscita dalla scuola è stata raggiunta, con molte altre persone, da un colpo di mortaio lanciato dalla zona di Jobar alla periferia di Damasco, occupata dai terroristi».

Continua il frate: «Cristina, la sedicenne, ha subito l’amputazione della gamba. Ma è stata “fortunata”; Rita, la sua compagna, non ce l’ha fatta. Così come Elias, che aveva appena tre anni, e altri ancora che saranno per sempre nel ricordo triste dei damasceni. Ancora una volta si riapre la ferita, mai completamente rimarginata, di una violenza assurda e gratuita, di una guerra fomentata da interessi regionali e internazionali che usano il popolo siriano quale carburante inestinguibile. La violenza che alberga nel cuore di persone indottrinate all’odio verso il diverso continua a colpire tutti indistintamente, soprattutto le chiese: ieri la cattedrale maronita e la settimana scorsa la chiesa francescana e quella dei greci cattolici. Ma le comunità cristiane restano a Damasco, come piccolo segno di riconciliazione e di speranza per tutto il popolo siriano».

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