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Francesco e il bambino di Betlemme

fra Gianluigi Ameglio ofm
2 novembre 2026
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Francesco e il bambino di Betlemme
Benozzo Gozzoli, Il presepe di Greccio (1450-1452), dettaglio di affresco, chiesa di San Francesco, Montefalco (Perugia)

Il Centenario di quest’anno si chiude con il ricordo del Natale di Greccio: Francesco – racconta Tommaso da Celano – mette in scena la Natività, celebrando l’Eucaristia sulla greppia vuota. Un messaggio che è sfida radicale per Chiesa, società e cultura di oggi.


Con questo ultimo passaggio, non in senso cronologico, ma conclusivo, termina questo nostro percorso attraverso i Centenari francescani. E lo abbiamo compiuto con momenti, non sempre lineari, nei quali trovare il vero Francesco. Il famoso episodio celebrato nella Valle Reatina, a Greccio, è uno degli eventi della sua vita più radicalmente fondati nella memoria storica e nella tradizione devozionale. Tommaso da Celano, il primo biografo del Poverello, lo pone «tre anni prima della sua gloriosa morte», nel dicembre 1223.

Scrive Tommaso da Celano: «Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse: “Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”».

Quando giunse la solennità, il popolo accorse in massa per vedere quale prodigio avesse pensato Francesco. Il Celano scrive ancora: «Uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme. (…) Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima. Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme» (1 Cel 30, 84-86).

Francesco in quella notte santa predica la modalità scelta dal figlio di Dio per il suo ingresso nella storia degli uomini: un Re povero, nato in una città piccolina.

E ci stupisce perché arriva a utilizzare tutte le risorse del corpo e della voce per comunicare i propri sentimenti, fino al punto di affermare che egli aveva fatto una lingua di tutto il suo corpo: quando egli pronunciava Betlemme lo faceva riempiendosi la bocca e producendo un suono che somigliava al belato di una pecora e tutte le volte che diceva «bambino di Betlemme» oppure «Gesù» si leccava le labbra e deglutiva quasi a gustare la dolcezza di quelle parole.

Ma ciò che sconcertava, allora, e ancora più oggi che siamo una società dell’immagine, è il fatto che, volendo ricreare le condizioni per un incontro reale con il mistero dell’Incarnazione, voleva che avvenisse attraverso la celebrazione eucaristica: non c’era nessun bambino nella mangiatoia ma su questa fu celebrato il sacrificio eucaristico. La gente, complice certamente l’agire particolare del Santo, arriva a comprendere il messaggio e torna piena di gioia.

La successiva agiografia fece di questo episodio meramente una tappa del suo pellegrinaggio interiore, una forma tutta particolare del suo dialogo intimo con il Maestro. Questo per affermare che quest’ultimo passaggio ci consegna la forza dirompente di Francesco nel proporci la sua riflessione sullo stile e sulle modalità concrete scelte dal Figlio di Dio. Uno stile che lui stesso aveva incarnato e che ora ci consegna come monito e dono anche ai giorni nostri. Così accade anche oggi quando ci avviciniamo alla vicenda di Francesco: il suo messaggio resta una sfida radicale per la Chiesa, la società e la cultura del nostro tempo. Lui è anche il santo più stimato fuori dalla Chiesa e nelle altre religioni: il suo carisma è stato quello più generativo. Ci sussurra ancora parole di vita nella sua perfetta letizia dell’imprudenza, dello sbilanciamento, della immoderazione, dell’intemperanza, dell’estremismo e della radicalità.

(L’autore è Commissario di Terra Santa per il Nord Italia)

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