Il 27 novembre papa Leone inizia il suo primo viaggio, in Turchia e Libano. Una visita che tocca i luoghi simbolo della fede e della storia cristiana: Nicea, dove nacque il Credo, e il Libano, terra segnata da crisi ma che guarda al dialogo.
Non è un viaggio qualsiasi quello che compie papa Leone XIV. Turchia e Libano: due tappe, due ferite aperte, ma anche due promesse. Il primo luogo, Nicea – oggi Iznik – è culla di una cristianità che affonda le sue radici nei secoli; il secondo, il Libano, è un laboratorio ecclesiale e sociale dove la fede cerca ancora oggi di intrecciarsi con la sopravvivenza quotidiana.
Il Pontefice, con la lucidità che lo contraddistingue, intende riannodare i fili del tempo e della storia, mettendo in dialogo le origini della fede e le sfide del presente.
Nicea è molto più di una località dell’Anatolia. È lì che, nel 325, si tenne il primo concilio ecumenico, da cui nacque il Credo niceno, fondamento dottrinale per tutte le Chiese cristiane. Tornarvi oggi non è solo un gesto simbolico: è una dichiarazione di intenti. In un’epoca segnata da divisioni ecclesiali, il Papa sceglie di ripartire da quel «noi crediamo» che unì, almeno per un tempo, la cristianità intera. La speranza – per quanto audace – è di un nuovo slancio verso l’unità.
Se Nicea guarda alle radici, il Libano interpella il presente. La Chiesa maronita, e più in generale quella cattolica locale, vive un momento di forte tensione: crisi economica, instabilità politica, emigrazione giovanile. Eppure, in mezzo a questa prova, continua a essere un segno di speranza per tutto il Medio Oriente. Incontrare i vescovi, i sacerdoti, i giovani libanesi è per papa Leone un modo per confermare nella fede una Chiesa che non si arrende e che resta ponte – fragile ma reale – tra Oriente e Occidente, tra islam e cristianesimo, fra tradizione e cambiamento.
Il presidente Joseph Aoun (cristiano maronita) ha espresso la gratitudine dei libanesi, definendo questa visita «una tappa fondamentale nella storia dei profondi legami che uniscono il Libano alla Santa Sede e che incarnano la costante fiducia che il Vaticano ripone nel ruolo del Libano, paese- messaggio».
Non va dimenticato il contesto geopolitico. In Turchia, dove la laicità dello Stato convive con una crescente islamizzazione sociale, la visita del Papa è un gesto diplomatico di apertura, fiducia e vigilanza.
In Libano, dove le influenze straniere si giocano sul fragile equilibrio delle comunità religiose, la presenza del Pontefice è parola forte, quasi profetica, che invita alla coesistenza, al perdono e al dialogo.
Questo viaggio ha in sostanza il sapore di un pellegrinaggio: spirituale, ecclesiale e umano. Papa Leone si reca in quelle terre prima di tutto come pastore. Per ricordare da dove veniamo – Nicea – e per condividere le ferite di chi oggi ancora lotta per restare. E in questo andare, s’intravede una Chiesa che non rinuncia alla storia ma che, proprio per questo, sa parlare al futuro.
Eco di Terrasanta 6/2025
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