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Livorno, la città senza ghetto

Luca Balduzzi
17 settembre 2022
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Livorno, la città senza ghetto
Uno dei canali che solcano il centro di Livorno.

In una storia europea caratterizzata dalle persecuzioni nei confronti degli ebrei, la città costiera toscana è rimasta, per varie ragioni, un «mondo a parte». Proviamo a conoscerlo.


Nella canicola di questa estate italiana anche Livorno è una fornace. Solo le cicale sembrano spassarserla, intente come sono a intonare rumorosi cori tra le fronde degli alberi che fanno corona al cimitero dei Lupi, alla Cigna. In questa zona periferica di Livorno, ai margini del porto e dell’area industriale, accanto al camposanto comunale c’è l’ultimo dei quattro luoghi di sepoltura ebraici succedutisi nel corso dei secoli in città (in zona più centrale il cimitero monumentale ebraico, ma non vi si tumula più nessuno dal 1900). In mezzo a una vegetazione rigogliosa, che cresce spontanea e disordinata, trovano riposo eterno le generazioni più recenti di ebrei livornesi. Il fazzoletto di terra accoglie, ad esempio, le spoglie del rabbino capo di Roma Elio Toaff, autorevole e indimenticata voce dell’ebraismo italiano contemporaneo quanto memore e orgoglioso custode delle proprie radici labroniche.

Uno scorcio del cimitero ebraico dei Lupi.

Il cimitero è forse l’unico luogo di definitiva e drastica cesura tra gli ebrei di Livorno e i loro concittadini. In vita si sono sempre mischiati e hanno vissuto fianco a fianco, in una città che, a differenza di altre, non ha mai imposto un ghetto o discriminato pesantemente gli abitanti giudei. Val la pena di guardare alla Storia. Siamo nella prima metà del secondo millennio e in varie parti d’Europa gli ebrei vengono ostracizzati. Accade un po’ ovunque: in Francia a più riprese fra il 1182 e il 1394; in Inghilterra, con l’Editto di espulsione firmato da Edoardo I il 18 luglio 1290; in Spagna, con il Decreto dell’Alhambra di Isabella I di Castiglia e Ferdinando II di Aragona del 31 marzo 1492; in Portogallo, con l’editto firmato da Massimiliano I nel 1496; in Germania nel corso del Cinquecento. Quando non vengono fisicamente espulsi, gli ebrei sono obbligati a risiedere in una ben delimitata zona delle città: accade per la prima volta a Venezia, con l’istituzione del ghetto, nel sestiere di Cannaregio, nel 1516. Ben presto altri centri europei, italiani e toscani imitano la Serenissima. Fa eccezione Livorno, villaggio di pescatori destinato a crescere e svilupparsi come importante porto e snodo commerciale. Qui gli ebrei sefarditi, abili commercianti, sono i più «corteggiati» dalla dinastia dei Medici, che pure non esiterà a imporre i ghetti in altri centri urbani, come Firenze, Siena, Pitigliano, Monte San Savino. Il granduca di Toscana Cosimo I pubblica, nel 1547 e 1548, due bandi per incentivare il popolamento e lo sviluppo di Livorno. Il sovrano garantisce a qualsiasi individuo «piena pienissima sicurtà per ogni debito pubblico e privato, proveniente da condannagione pecuniaria, nelle quali fosse per qualunque cagione incorso il nuovo abitatore, da non potere per conseguenza essere molestato nella persona o nei beni da esso acquistati in Livorno e nel suo capitanato». Agli ebrei che provengono dalla penisola iberica, in particolare, un ulteriore bando pubblicato il 5 gennaio 1548 assicura l’esenzione da qualunque gabella, altri privilegi straordinari ma, più di ogni altra cosa, la tutela nei confronti del Tribunale dell’Inquisizione. A questo proposito, bisogna ricordare che il 21 marzo 1542 papa Paolo III aveva firmato la bolla Cupientes Judaeos, con le disposizioni da seguire per le conversioni degli ebrei e degli altri non cattolici. Il granduca Ferdinando I (1549-1609) segue convintamente la via tracciata dal padre. Già nel 1591, e ancor di più con l’editto del 10 giugno 1593 conosciuto come Costituzione livornina, assicura a tutti – inclusi gli ebrei e i marrani (ebrei formalmente «convertiti» al cristianesimo per sottrarsi alle persecuzioni) – la libertà di credo politico e religioso, la cancellazione delle condanne e dei debiti per almeno 25 anni, la libertà di esercitare qualunque mestiere e un regime doganale più favorevole per le merci destinate all’esportazione.

La sinagoga di Livorno, progettata dall’architetto Angelo Di Castro.

È così che a Livorno la comunità ebraica cresce e prospera. Agli ebrei provenienti dal nordafrica e dalla penisola iberica se ne aggiungono, non senza qualche tensione, altri provenienti dal nord. Nel Settecento, quella cittadina è la più numerosa comunità ebraica della Penisola, seconda solo ad Amsterdam su scala europea. Se il censimento del 1601 conta 134 ebrei in città, nel 1738 se ne registrano 3.476; mentre nel 1808 sono 4.963. Benché non sia stata esente da episodici attriti e tensioni (come la sommossa di santa Giulia del 31 maggio 1790 in cui gli ebrei divennero incolpevole bersaglio dell’ira popolare contro la decisione governativa di abolire le confraternite religiose), la convivenza pacifica con il resto della cittadinanza è plasticamente testimoniata anche dalla collocazione della sinagoga nel cuore della città, lì dove viveva gran parte della popolazione ebraica a poche decine di passi dall’abside del duomo, in una piazza oggi ridotta a grande parcheggio e intitolata ad Elia Benamozegh (1823-1900), uno dei più importanti rabbini, cabalisti e intellettuali ebraici contemporanei. La precedente sinagoga seicentesca, che secondo le descrizioni di inizio Novecento era ritenuta tra le più belle in Europa e seconda per dimensioni a quella della capitale olandese, non c’è più. Pesantemente danneggiata dai bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale, è stata demolita per lasciare spazio all’attuale, un moderno edificio progettato dall’architetto ebreo romano Angelo Di Castro (1901-1989) e inaugurato nel 1962. Con una luminosa aula interna di forma ovale, il moderno luogo di culto di stile razionalista vuole richiamare l’idea della tenda del convegno, luogo che nel racconto biblico della Torah richiama la presenza divina nell’accampamento degli israeliti durante l’esodo.

Un tratto del lungomare cittadino visto dalla Terrazza Mascagni.

Nel corso dei secoli XVII e XVIII gli ebrei livornesi si sono dotati di varie stamperie e tipografie, in grado di produrre testi diffusi poi nell’ebraismo non solo italiano, ma anche europeo. Un’ultima caratteristica peculiare della comunità ebraica di Livorno è il bagitto, forma espressiva utilizzata prevalentemente come gergo nelle comunicazioni interne, nata dalla mescolanza dell’ebraico antico – la lingua del testo sacro –, con il portoghese – lingua ufficiale della comunità fino all’epoca napoleonica –, lo spagnolo sefardita – lingua dei testi letterari ed epigrafici – e l’italiano, adottato nelle relazioni con il contesto sociale toscano. La produzione letteraria in bagitto, non ricca ma significativa, si è prolungata fino agli anni Cinquanta del Novecento, grazie a scrittori come Guido Bedarida, conosciuto anche con lo pseudonimo di Eliezer Ben David, e Cesarino Rossi. Va ricordato il tentativo di far rivivere l’idioma negli anni Novanta da parte di Mario della Torre, alias Meir Migdali, autore dei Trenta sonetti giudaico-livornesi, pubblicati nel 1990. Il professor Fabrizio Franceschini, docente di Storia della Lingua italiana all’Università di Pisa, che ha realizzato un archivio sonoro del bagitto, è convinto che il nome derivi dall’espressione spagnola hablar bajito, cioè «parlare sottovoce». Questa peculiare forma di linguaggio ha assunto nel tempo varie funzioni: utilizzato per non farsi intendere dagli estranei e per garantire l’identità del gruppo in una Livorno caratterizzata da un bailamme di provenienze e di lingue, durante il periodo delle persecuzioni razziali e dell’occupazione nazi-fascista ha rappresentato quasi un codice segreto per comunicare in sicurezza.


Il rabbino livornese che abbracciò il papa polacco

Originario di Livorno era Elio Toaff (1915-2015). Rabbino capo di Roma fra il 1951 e il 2001, accolse san Giovanni Paolo II nel Tempio maggiore della capitale il 13 aprile 1986, in occasione della prima visita di un pontefice a una sinagoga.

Il rabbino Elio Toaff in uno scatto del 1985.

Nel suo libro Perfidi giudei, fratelli maggiori, pubblicato l’anno successivo, il rabbino ricordava quel momento con queste parole: «Insieme entrammo nel Tempio. Passai in mezzo al pubblico silenzioso, in piedi, come in sogno, il papa al mio fianco, dietro cardinali, prelati e rabbini: un corteo insolito, e certamente unico nella lunga storia della Sinagoga. Salimmo sulla Tevà e ci volgemmo verso il pubblico. E allora scoppiò l’applauso. Un applauso lunghissimo e liberatorio, non solo per me ma per tutto il pubblico, che finalmente capì fino in fondo l’importanza di quel momento… L’applauso scoppiò [nuovamente] irrefrenabile quando [il papa] disse: “Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire, i nostri fratelli maggiori”».

A testimoniare quanto il rapporto fra Toaff e Wojtyła si sia mantenuto stretto è il testamento spirituale del Papa, che menziona anche «il rabbino di Roma» tra le persone ricordate con animo grato. In occasione della beatificazione di Wojtyła, il primo maggio del 2011, Toaff dichiarò: «È scritto nel Talmud che ogni generazione conosce l’avvicendarsi di 36 uomini giusti, dalla cui condotta dipendono i destini dell’uomo. (…) Niente si attaglia meglio alla figura di Giovanni Paolo II della qualifica di giusto».

Le spoglie del rabbino Toaff, morto 11 giorni prima di compiere 100 anni, riposano nel cimitero israelitico dei Lupi di Livorno. (l.b.)


Qualche lettura sulla presenza ebraica in Italia:

• Anna Foa, Andare per ghetti e giudecche, il Mulino, 2014

• Annie Sacerdoti, Guida all’Italia ebraica, Marsilio 2003

• Attilio Milano, Storia degli ebrei in Italia, Einaudi 1992 (II ed.)

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