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Al pozzo di Giacobbe

Claire Burkel
17 settembre 2022
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Al pozzo di Giacobbe
Nablus, veduta aerea della chiesa ortodossa che custodisce il pozzo di Giacobbe. (foto Carl Rasmussen 2009)

È la chiesa più recente che i pellegrini possono visitare in Terra Santa – è
del 2010 –, eppure si trova a Nablus, in uno dei luoghi di venerazione più antichi, poiché risale al tempo del patriarca Giacobbe. Cos’è successo in tutti questi anni?


A 65 chilometri a nord di Gerusalemme, nel cuore della Samaria, una stretta valle si incunea tra due montagne (il Garizim e l’Ebal), con una sorgente posta in un luogo chiamato Balata. Gli archeologi hanno constatato tracce di insediamenti stanziali fin dal IV millennio a.C. Una città con fortificazioni, un tempio e un palazzo è attestata nel XIX secolo a.C.: si tratta di Sichem («Abram la attraversò [la terra di Canaan] fino alla località di Sichem», Genesi 12,6). Dopo lo spiacevole episodio con il fratello maggiore Esaù, Giacobbe fuggì e «arrivò sano e salvo alla città di Sichem, che è nella terra di Canaan, […] e si accampò di fronte alla città. Acquistò dai figli di Camor, padre di Sichem, per cento pezzi d’argento, quella porzione di campagna dove aveva piantato la tenda. Qui eresse un altare e lo chiamò “El, Dio d’Israele”» (Gen 33,18-20). Nel XIV secolo a.C. il luogo è menzionato nelle Lettere di el-Amarna, i famosi scambi epistolari tra gli avamposti egiziani in tutto il paese di Canaan e il faraone dell’epoca. Questo controllo militare ed economico fu piuttosto redditizio per il paese del Nilo fino all’arrivo dei Filistei. Da Canaan fino a Israele la conquista non avvenne con la forza, ma per vie pacifiche; «Giosuè costruì un altare al Signore, Dio d’Israele, sul monte Ebal… Tutto Israele, gli anziani, gli scribi, i giudici, il forestiero come quelli del popolo, stavano in piedi da una parte e dall’altra dell’arca… una metà verso il monte Garizim e l’altra metà verso il monte Ebal» (Gs 8,30.33). Tuttavia il libro dei Giudici, più «bellicoso», cita i fatti d’arme d’Abimelec contro la popolazione locale attaccata al suo dio El-Berit (Gdc 9,27 e 46): «Tutti i signori della torre di Sichem entrarono nel sotterraneo del tempio di El-Berit». La città era stata scelta da Giosuè per ospitare una grande assemblea di tutte le tribù, perché si trovava al centro del paese – tra le steppe del Neghev e le montagne della Galilea –, oltre che essere località di confine tra le tribù di Manasse e di Efraim (Gs 17,7). Il capitolo 24 del libro di Giosuè si sofferma su questa assemblea generale dove si ricordano la storia del popolo, il suo attaccamento al Dio unico di Israele e la solenne dichiarazione di non servire che il Signore! Conclude il capitolo: «Gli Israeliti seppellirono le ossa di Giuseppe, che avevano portato dall’Egitto, a Sichem, in una parte della campagna che Giacobbe aveva acquistato dai figli di Camor, padre di Sichem, per cento pezzi d’argento e che i figli di Giuseppe avevano ricevuto in eredità» (Gs 24,32).

Dopo l’alleanza, lo strappo

In questa città ebbe luogo anche la separazione tra le dieci tribù del Nord e le due del Sud (1Re, 12): «Roboamo [figlio di Salomone] andò a Sichem, perché tutto Israele era convenuto a Sichem per proclamarlo re». In definitiva, il discendente del grande Salomone regnò solo sul piccolo territorio di Giuda e Gerusalemme, e le tribù secessioniste si scelsero un’altra capitale, Samaria, 12 chilometri a nord di Sichem. Dopo soli due secoli di autonomia il paese fu conquistato dagli assiri: «Il re d’Assiria invase tutta la terra… occupò Samaria, deportò gli Israeliti in Assiria» (2Re 17,5-6). Il conquistatore successivo, il greco Alessandro, stabilì nella città ricostruita un campo di veterani, considerati empi dagli autoctoni; il potere seleucide innalzò una statua a Giove Ospitale sul monte Garizim: «Antioco inviò un vecchio ateniese per profanare il tempio di Gerusalemme e dedicare… quello sul Garizim a Giove Ospitale, come si confaceva agli abitanti del luogo» (2Mac 6,1-2). Giovanni Ircano rase al suolo la città nel 108 a.C., la quale sarà poi ricostruita un po’ più lontano da Vespasiano con il nome di Flavia Neapolis, l’odierna Nablus. L’imperatore Adriano la doterà di nuovi edifici nel 135 mentre Filippo l’Arabo, tra il 244 e il 249, la eleverà al rango di colonia con il nome di Julia Sergia Neapolis.

Il pozzo, da Giacobbe a Gesù

Nell’Antico Testamento non c’è traccia di un «pozzo di Giacobbe», cui si fa riferimento più avanti come a «il Dono», ma solo dello stanziamento del figlio di Isacco nella regione. La vicenda è evocata nell’episodio evangelico della donna samaritana: «Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?» (Vangelo di Giovanni 4,12), chiese a Gesù mentre questi stava scendendo da Gerusalemme verso la Galilea, e «doveva perciò attraversare la Samaria» (Gv 4,4). Solitamente i giudei evitavano di percorrere questa regione considerata scismatica e impura, preferendo la strada costiera – la Via Maris – oppure la valle del Giordano da Gerico a Bet Shean. Qual è il motivo di questa attestazione evangelica? Cerchiamo di fare chiarezza. Il gustoso dialogo tra la donna samaritana e Gesù occupa quasi l’intero capitolo 4 di Giovanni. L’episodio è collocato con precisione nella «città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio» (Gv 4,5): «Io do a te [Giuseppe], in più che ai tuoi fratelli, un dorso di monte, che io ho conquistato dalle mani degli Amorrei, con la spada e l’arco» (Gen 48,22). Gesù, stanco per il cammino, sotto il sole di mezzogiorno, chiede da bere alla donna che è venuta ad attingere l’acqua. Si ripete qui una scena che ricorre tre volte nell’Antico Testamento, in cui alcune donne incontrano degli stranieri nei pressi di un pozzo: Rebecca e il servitore di Abramo in Genesi 24, Rachele e Giacobbe (Gen 29) e – brevemente – Zippora e Mosè (Esodo 2,16-22). Si ritrovano in maniera pressoché identica gli stessi elementi: l’acqua di un pozzo, una fonte, un recipiente (una brocca o un’anfora), i gesti di attingere, correre a informare i familiari, e abitanti che si precipitano incontro allo straniero. La ricorrenza dei termini indica che gli autori obbediscono a un genere letterario. A che fine, e per quale annuncio? Gli episodi con le tre giovani nell’Antico Testamento si concludono tutti con un matrimonio: Rebecca seguì il servo di Abramo per sposare Isacco (Gen 24,67); «Giacobbe si unì a Rachele» (Gen 29,30); il padre di Zippora «diede in moglie a Mosè la propria figlia» (Es 2,21). Gesù, che ha già annunciato le nozze che Dio vuole celebrare con l’umanità grazie al vino miracoloso e abbondante di Cana (Gv 2,1-12), spiega qui, in un altro modo, perché «doveva attraversare la Samaria». È a un appuntamento d’amore che si presenta in questa regione ostile ai giudei. Il motivo è antico. Dopo la caduta del regno del Nord nel 721 a.C. gli assiri avevano stanziato nel territorio, deportandole, cinque altre popolazioni: «Il re d’Assiria mandò gente da Babilonia, da Cuta, da Avva, da Camat e da Sefarvàim e la stabilì nelle città della Samaria al posto degli Israeliti» (2Re 17,24). Questi popoli portarono con sé i propri idoli, ecco perché Gesù può dire alla Samaritana che ha cinque mariti, cinque oggetti d’idolatria che la distolgono dall’adorare il solo Dio d’Israele. I giudei dell’epoca monarchica, e poi gli ebrei di ritorno dall’esilio, conservano diffidenza e rancore nei confronti dei samaritani, considerandoli di sangue misto, idolatri e impuri. Non vogliono avere nulla a che fare con loro. Ma per Gesù si tratta di una terra da riconciliare, degna della Buona Notizia, e il suo annuncio non cade nel vuoto: «Lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola» (Gv 4,40-41).

Il santuario, da Gesù a Filomeno

Nablus, che conserva gelosamente la memoria del luogo santificato da Cristo, è la città d’origine dell’apologeta cristiano Giustino, martirizzato nel 165 a Roma; a lui dobbiamo la formula «Maria novella Eva». Numerosi pellegrini di età bizantina menzionano i luoghi santi di Tell Balata, soprattutto il pellegrino di Bordeaux nel 333; un terremoto, nel 362, distrusse però il tempio dell’Ebal. La mappa di Madaba riporta la città ma non indica alcuna chiesa. Eppure, ci sono attestazioni risalenti al IV secolo relative a una chiesa a croce greca con al centro il famoso pozzo, profondo 32 metri. Per san Girolamo fu consacrata dal vescovo Germano, che partecipò nel 325 al concilio di Nicea; probabilmente fu distrutta dal terremoto di fine secolo. Nel 558 il parapetto del pozzo fu donato all’imperatore Giustiniano, per questo oggi lo si può ammirare a Istanbul. I crociati, nel XII secolo, costruirono una basilica a tre navate, con il coro sopra il pozzo: il luogo venerato divenne così una cripta. Oggi di questo santuario franco non rimane più nulla. Nel 1885 i greco-ortodossi acquistarono il terreno e la fonte, che è l’unica della città: ecco perché siamo sicuri che è proprio quella che videro Giacobbe e Gesù. Alcuni lavori cominciarono nel 1903, finanziati dai russi, ma si interruppero nel 1914. La basilica fu terminata solo nel 2010. È quindi una chiesa completamente nuova quella che visitano oggi i pellegrini, con la sua iconostasi, gli arredi dorati, le lampade, le icone, antiche o moderne. Diversamente da ciò che accade di solito nelle chiese ortodosse, è piacevolmente luminosa. La maggior parte delle icone raffigura la scena al pozzo con Gesù e la Samaritana; in quasi tutte, la donna ha un’aria giovanile, due simpatiche trecce a contornare il volto. Una conferma in immagine che non si tratta di una donna con una lunga vicenda matrimoniale alle spalle: il suo «errore», infatti, è teologico. E se anche noi pellegrini dovessimo «attraversare la Samaria»? Non perdiamoci una simile occasione. La vasta chiesa e i giardini intorno offrono un’opportunità per leggere e meditare tutte queste vicende: la lunga storia delle origini del popolo, racconti di fratelli e matrimoni, l’incontro di Gesù con la Samaritana, che estende a tutti la buona notizia della Salvezza.

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