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Le peripezie di un francescano

fra Eduardo Masseo Gutiérrez Jiménez ofm
21 marzo 2022
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Un giovane frate della Custodia di Terra Santa si è trovato ad accompagnare come interprete papa Francesco nel viaggio apostolico a Cipro e in Grecia, dal 3 al 6 dicembre 2021. Pubblichiamo qui il suo "diario" di quei giorni.


È iniziato tutto con una telefonata. La mattina del 12 ottobre 2021, solennità della Vergine del Pilar, ho ricevuto una chiamata del Custode di Terra Santa, fra Francesco Patton, che, con poche parole, mi informava che papa Francesco avrebbe fatto un viaggio apostolico a Cipro e in Grecia. E che io sarei stato il suo interprete. Ero senza parole. Quando ho riattaccato, la paura ha cominciato a invadermi… Dovevo essere l’interprete del Papa usando una lingua che, nonostante mi fosse familiare, non era la mia lingua madre.

La settimana precedente la partenza è stata molto intensa. L’angoscia cresceva, ma la Provvidenza si è manifestata con grande forza. Per affinare gli ultimi dettagli, sono partito da Roma per Cipro un paio di giorni prima dell’arrivo del Papa. Parlare con le persone che sono in contatto stretto con il Papa è stato per me un grande sollievo. Grazie alla loro esperienza, mi hanno dato gli strumenti per vivere il mio servizio con maggiore serenità.

Con questo spirito è arrivato il grande giorno. Abbiamo lasciato la nunziatura di Nicosia diretti all’aeroporto di Larnaca per accogliere Sua Santità. Mi sono posto sotto la scaletta dell’aereo, ho fatto il segno della croce e ho atteso. Pochi minuti dopo papa Francesco è sceso ed è stato ricevuto dalla presidente del Parlamento (la signora Annita Demetriou – ndr), insieme a tre bambini vestiti con i costumi tradizionali. Mi si è avvicinato e ho iniziato a tradurre in spagnolo. Il Papa mi ha guardato negli occhi e con un sorriso mi ha detto: «Voi francescani! Vi trovo ovunque». Da quel momento l’angoscia ha iniziato a svanire.

Durante il viaggio da Larnaca a Nicosia, abbiamo avuto il tempo per conversare su vari argomenti. Il Papa, con un linguaggio fraterno e molto semplice, era particolarmente interessato a conoscere il Paese che stava visitando e anche l’interprete che lo accompagnava. Mi ha chiesto di tradurre tutti gli incontri, sia pubblici che privati, dal greco alla nostra lingua madre, lo spagnolo, e viceversa. Abbiamo parlato anche della nostra vita e delle nostre famiglie. Confesso che in quel momento ciò che mi ha sorpreso di più è stato il calore e la spontaneità con cui mi ha accolto, come se mi conoscesse da lungo tempo.

Gli incontri con le autorità locali si sono svolti in forma solenne, ma allo stesso tempo c’era un clima molto familiare. Durante il primo giorno, dopo aver visto l’atteggiamento caloroso di Sua Santità nei miei confronti, devo ammettere che l’unica cosa che mi preoccupava era il protocollo. Le istruzioni che mi avevano dato erano però chiare e ho cercato di fare al meglio tutto ciò che mi veniva chiesto. Ricordo che dopo ogni incontro – quando Sua Santità ed io entravamo in auto – lui stesso condivideva liberamente la sua opinione e, nella sua grande umiltà, chiedeva la mia. È stato in quei momenti privati ​​che mi sono reso conto della sua vasta cultura. È un uomo assetato di conoscenza, sensibile, con un gran senso dell’umorismo e, soprattutto, capace di commuoversi davanti alle situazioni che si presentano.

Uno dei ricordi più belli che ho impresso nella mente, è stato l’incontro tra il Papa e l’arcivescovo Chrysostomos II, a Nicosia. Mi è sembrato di vedere due fratelli che si sono ritrovati dopo essere stati a lungo separati. Il colloquio è stato così fraterno e naturale che per un momento ho sentito di assistere a un incontro tra due vescovi in ​​piena comunione. Era evidente la sincerità nei loro discorsi e, soprattutto, il desiderio di camminare di nuovo insieme, come fratelli, figli della stessa madre: la Chiesa. Durante questo viaggio ho capito che i punti cardinali della bussola che guida il pontificato di papa Francesco sono essenzialmente due: la pazienza e la franchezza.

Sabato 4 dicembre abbiamo lasciato Nicosia e ci siamo diretti all’aeroporto per raggiungere la Grecia. Dopo quasi due ore di viaggio, siamo arrivati nella città considerata la «culla della civiltà» o, nelle parole di Sua Santità, la «memoria dell’Europa». Atene ha accolto per la seconda volta un successore di Pietro, dopo la storica visita di san Giovanni Paolo II nel maggio 2001. Al palazzo presidenziale, il Papa è stato ricevuto solennemente da una commossa presidente della Repubblica, Katerina Sakellaropoulou.

Il pomeriggio di quello stesso giorno ci siamo recati al palazzo dell’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, Hieronymos II. L’incontro tra il Pontefice e l’arcivescovo di Atene è stato un’immagine fedele dell’incontro con Chrysostomos II a Nicosia. Quando le porte della Sala del trono si sono chiuse, i cuori dei vescovi di Roma e di Atene si sono aperti. L’assenza di telecamere ha portato alla sincerità e alla carità. Due fratelli si sono incontrati e hanno rinnovato, al di là delle ferite generate nella storia, la stessa fede in Cristo. Le parole conclusive di papa Francesco a Hieronymos II mi sono rimaste in mente: «Sono contento di averti trovato, fratello mio, siamo figli della stessa Madre, l’unica Chiesa di Cristo». È stato un incontro di tale significato che i libri di storia non potranno ignorarlo.

Il 5 dicembre è stato un giorno indimenticabile. Forse il più significativo. A Lesbo il Papa ha visitato un campo di profughi provenienti soprattutto da Siria, Iraq, Afghanistan, Eritrea e Congo. L’accoglienza ha suscitato in me un misto di sentimenti contrastanti. Ho osservato la gioia di queste persone quando hanno ricevuto Sua Santità, ed era un sentimento reciproco. Eppure, il dolore e la sofferenza umana riemergevano. Avevano un volto, hanno acquisito una voce e ricevuto un nome. Papa Francesco ha deciso di camminare su un terreno abbastanza accidentato, verso ciascuno dei profughi che vivono lì. Più volte si è fermato a salutare i bambini e a chiedere personalmente da dove provenissero. Alcuni di loro erano in quel luogo da più di tre anni, senza speranza, né futuro, come auto parcheggiate.

Prima di lasciare l’isola, il Papa ha visitato un’abitazione di rifugiati siriani. La famiglia ha raccontato al Papa tutte le prove superate e le sofferenze che aveva sopportato per raggiungere la Grecia. Di fronte a questa testimonianza, per la prima volta durante il viaggio, ho visto un papa ammutolito. Un uomo piegato alla sofferenza degli altri e alla crudeltà umana.

Nel pomeriggio, ci siamo recati alla nunziatura di Atene, dove Sua Santità ha ricevuto Hieronymos II e il suo seguito. Il Papa e l’arcivescovo di Atene si sono tenuti per mano e sono entrati insieme nella sala principale. Finalmente, dopo tanti secoli, Roma e Atene sono tornate a camminare mano nella mano.  Il 6 dicembre, ultimo giorno del viaggio, ci siamo alzati presto. Sulla strada per l’aeroporto il Santo Padre mi ha chiesto come sarei tornato a casa, una volta giunti a Roma. Gli ho risposto che avrei usato i mezzi pubblici. Mi ha guardato con un sorriso e non ha aggiunto altro. Una persona dell’organizzazione del viaggio papale mi ha solo chiesto quale fosse l’indirizzo del mio convento e ho pensato che volesse recapitare i bagagli. Ma il Santo Padre aveva altri piani: sceso dall’aereo, mi ha detto «Ora andiamo. Ti accompagno a casa».

Arrivato al convento, il Papa, nonostante il lungo viaggio, è sceso dall’auto, si è diretto verso il cancello principale e ha salutato i frati che non credevano ai loro occhi: un pontefice che accompagna un francescano al suo convento! Il Papa, stanco ma gioioso, ha ringraziato di cuore per il servizio prestato nel viaggio apostolico ed è ripartito, lasciando dietro di sé una comunità francescana attonita per quei gesti di gratitudine.

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Marzo-Aprile 2022

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