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«Prima» e «dopo» il pellegrinaggio

fra Francesco Ielpo ofm *
21 settembre 2020
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«Prima» e «dopo» il pellegrinaggio

Qual è il significato di «cammino penitenziale»? Che senso gli attribuiva Francesco d’Assisi? Se il pellegrinaggio cristiano esprime volontà di cambiamento, il cammino verso Gerusalemme può rappresentare uno spartiacque nella vita.


Qualche tempo fa una ex pellegrina mi confidava che il pellegrinaggio in Terra Santa ha segnato un punto di svolta nella sua vita: «Pensando alla mia storia non posso che riconoscere un prima e un dopo il pellegrinaggio».

Sin dalle sue origini il pellegrinaggio cristiano si è posto come fondamentale esercizio per esprimere la volontà di cambiamento della vita, di conversione autentica dell’uomo sotto l’azione dello Spirito Santo. In questo senso il cammino verso Gerusalemme può rappresentare un vero e proprio spartiacque nella vita delle persone.

Questo particolare aspetto del pellegrinaggio prendeva il nome di «cammino penitenziale». Oggi il termine penitenza, in tutte le lingue moderne, indica prevalentemente quelle opere esterne di mortificazione come, per esempio, il digiuno e l’astinenza, oppure l’infliggersi un qualche dolore corporale. Ma questo non corrisponde affatto al significato principale della parola «penitenza» nel contesto biblico e francescano.

Infatti, in tutta la Scrittura penitenza, conversione, pentimento sono concetti intimamente connessi. Tutti termini che esprimono l’idea di un uomo che dà alla sua vita un nuovo orientamento, un nuovo modo di pensare e giudicare.

Nella predicazione profetica, la conversione (o penitenza) comportava il ritorno a Dio, il ricercare il bene e non il male, il desiderare l’amicizia con Dio e la conversione del cuore. Anche Gesù, sin dall’inizio del suo ministero pubblico, predica la conversione sottolineando la stretta connessione con la fede e la carità.

Anche per san Francesco penitenza significa quel capovolgimento che porta l’uomo da una vita incentrata sul proprio io ad una vita abbandonata e totalmente dipendente da Dio. Infatti, nel suo Testamento, scritto poco prima di morire, nel ripercorrere la sua esperienza spirituale, così introduce la sua conversione avvenuta nell’incontro con i lebbrosi: «Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così».

Anche per il poverello d’Assisi, come per la nostra ex pellegrina, c’è un’esperienza che introduce a una nuova coscienza di sé e della vita, a un nuovo e inaspettato orientamento di tutto il proprio essere. Un’esperienza che segna uno spartiacque, un prima e un dopo. La nuova condizione viene detta da Francesco «fare penitenza» nel senso biblico appena descritto e cioè di una conversione verso Dio e verso il prossimo, verso Cristo amato e riconosciuto nei più poveri ed emarginati.

C’è da sottolineare che la penitenza per Francesco non è uno stato, ma un itinerario che conduce a Dio. Non è qualcosa di statico, bensì di dinamico, un vero e proprio cammino verso la piena somiglianza con Dio. Non si può rimanere fermi, ma sempre pellegrini in una continua aspirazione e ascesa verso Dio incontrato e conosciuto in Cristo Gesù.

In questo senso la penitenza è un processo esistenziale, che dura tutta la vita, e che si manifesta attraverso un cammino. È questo il senso – anche – della penitenza che ci viene data dopo l’assoluzione nella confessione: un lavoro serio e profondo per la rimozione interiore del male rigettando il peccato.

Al tempo di san Francesco come forma principale di penitenza imposta dalla Chiesa, in stretto rapporto con il perdono dei peccati, era invalso l’uso di intraprendere un grande pellegrinaggio a Santiago di Compostela, a Roma e – soprattutto – a Gerusalemme. Il lungo, pericoloso e difficile viaggio a Gerusalemme costituiva una penitenza e diventava per molti pellegrini un viaggio interiore. I pellegrini erano animati da una fede molto profonda ed erano preparati persino a morire, cosa che, a volte, succedeva durante il loro viaggio.

Oggi non solo non si corre nessun rischio ma, grazie ai moderni mezzi di trasporto e ai confortevoli alloggi, si è perso quell’aspetto esteriore di penitenza. Tuttavia, anche oggi il pellegrinaggio rimane imprescindibilmente un «cammino di conversione». Non si tratta di cercare disagi, fatiche o dolori.

Non si tratta di infliggersi punizioni corporali o mortificazioni.

L’interiorizzazione del cammino di penitenza consiste nel vivere secondo il Vangelo – e quindi con fede – la propria condizione, i propri malanni, le proprie fatiche e i propri dolori di cui tutte le vite sono costellate. Il pellegrinaggio in Terra Santa continua a essere – anche oggi – un’occasione privilegiata che ci dona Dio stesso per un cambiamento evangelico della vita e per fare di tutta la nostra esistenza un cammino instancabile verso la piena, autentica e radicale imitazione di Cristo.

(* Commissario di Terra Santa per il Nord Italia)

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