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Vaticano-Israele, l’Accordo incompiuto

Manuela Borraccino
24 settembre 2019
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Vaticano-Israele, l’Accordo incompiuto
Gerusalemme, 10 novembre 1997: il ministro degli Esteri israeliano David Levy (a sinistra) e il nunzio apostolico monsignor Andrea Cordero Lanza di Montezemolo firmano il protocollo dell’Accordo che riconosce la personalità giuridica della Chiesa cattolica in Israele.

Venticinque anni fa venivano stabilite le relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Israele. Quel momento segnò un deciso miglioramento nel quadro dei rapporti bilaterali e aprì la strada a un altro importante accordo nel 1997. Ma restano ancora aperti, e oggetto di estenuanti negoziati, alcuni capitoli dell’Accordo fondamentale.


Viene considerato ancora oggi uno dei successi del pontificato di Giovanni Paolo II e resta uno degli Accordi bilaterali più significativi nella storia delle relazioni internazionali del XX secolo, pietra miliare nei rapporti fra ebrei e cattolici e un caso esemplare della disciplina e della riservatezza con cui nel secolo scorso i professionisti della diplomazia conducevano negoziati segreti paralleli rispetto a quelli ufficiali. Ma l’Accordo fondamentale fra la Santa Sede e lo Stato di Israele, firmato il 29 dicembre 1993 a Gerusalemme e il 30 dicembre in Vaticano, a 25 anni di distanza rappresenta anche un caso emblematico dell’ascesa e declino delle speranze generate dal processo di pace culminato nei contemporanei accordi di Oslo e dirottato dal colono Yigal Amir con l’omicidio del primo ministro Yitzhak Rabin nel 1995. L’accordo sulle materie fiscali e proprietà contese fra Chiesa cattolica e Stato ebraico che avrebbe dovuto vedere la luce nel giro di un paio d’anni segna il passo, benché il Vaticano tenda a minimizzare e a tenere il basso profilo dopo che, negli ultimi due anni, qualsiasi comunicazione in materia sia stata secretata da entrambe le cancellerie e nulla trapeli all’esterno sui negoziati la cui conclusione viene data da diversi anni per «imminente».

Lo stallo è stato evocato, lo scorso 13 giugno, dal segretario di Stato cardinal Pietro Parolin al ricevimento nel giardino del Tempio maggiore di Roma, alla presenza del rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni e dell’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede Oren David, organizzato per festeggiare il venticinquesimo anniversario dello stabilimento delle relazioni diplomatiche con l’apertura, il 15 giugno 1994, delle due missioni a Tel Aviv e in Vaticano. «Tale Accordo entrato in vigore il 10 marzo 1994 – ha ricordato il porporato – ha aperto una nuova fase nelle relazioni bilaterali, avviando un significativo cammino di cooperazione. Esso si è concretizzato nella firma dell’Accordo sulla personalità giuridica della Chiesa, il cui processo di applicazione è prossimo alla conclusione, e ha aperto un lungo e delicato processo negoziale in seno alla Commissione bilaterale permanente di lavoro tra la Santa Sede e lo Stato di Israele per addivenire ad un Accordo sulle questioni finanziarie, che ci auguriamo possa presto concludersi». Nell’apprezzamento «per l’impegno assunto dallo Stato di Israele di assicurare alla Chiesa cattolica la libertà di svolgere la propria missione e portare il proprio contributo alla società israeliana», soprattutto con le scuole cattoliche in Terra Santa che «attraverso l’educazione ai valori fondamentali, al dialogo e al rispetto reciproco, favoriscono la creazione di una società più giusta e pacifica», il cardinale sembra aver indirettamente accennato alla controversa legge sullo «Stato della nazione ebraica» promulgata l’anno scorso e ai timori delle minoranze non ebraiche fra i cittadini israeliani. «Ci auguriamo – ha rimarcato –che non venga mai meno la coerenza con lo spirito dell’Accordo fondamentale per una rinnovata e proficua collaborazione con la Chiesa cattolica in Israele e che il Paese possa dimostrare con fierezza la viabilità della sua democrazia garantendo a tutti uguali diritti e pari opportunità per la costruzione di un futuro di pace e concordia».

Appena un paio di mesi prima, in un’intervista all’agenzia dei settimanali cattolici italiani (Sir), l’ambasciatore israeliano in Vaticano Oren David aveva risposto alla domanda sull’estenuante negoziato in corso da 25 anni rimarcando che «l’Accordo economico e finanziario tratta questioni relative alle proprietà della Chiesa in Israele e alla tassazione. Quando sarà firmato rappresenterà un’altra pietra miliare nelle nostre relazioni. Non dobbiamo dimenticare che stiamo parlando di questioni molto complesse anche perché alcuni siti sono sensibili in quanto sacri a più di una religione». E aggiungeva: «Abbiamo risolto e superato ostacoli importanti, ma è ancora necessario fare del lavoro prima di firmare il documento. Il principio che ci guida è quello di garantire la libertà di culto a tutte le religioni, che è un principio fondamentale della nostra democrazia».

Fin dalla conquista musulmana della Terra Santa nel 638 d.C. la situazione della Chiesa cattolica, la tutela delle sue comunità e dei suoi luoghi di culto, aveva rappresentato per la Santa Sede una sfida di grande complessità. Prima e dopo le Crociate erano stati intrapresi vari negoziati con le autorità ottomane culminati con la creazione 800 anni fa della Custodia francescana di Terra Santa e nel XIX secolo con l’istituzione del Patriarcato latino di Gerusalemme. L’Accordo del 1993 ha segnato in effetti l’apogeo di un processo di riavvicinamento fra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico iniziato nel dopoguerra con la nascita dello Stato di Israele e l’appoggio della Santa Sede a uno Statuto speciale internazionalmente garantito per la Città santa, che non prevedeva affatto un’internazionalizzazione dei Luoghi Santi, che il Vaticano non ha mai chiesto né indirettamente auspicato, bensì ad uno status dei Luoghi Santi non modificabile unilateralmente e che potesse garantire il libero accesso e la libertà di culto nei luoghi simbolo delle tre religioni monoteistiche.

In seguito alla guerra dei Sei giorni del 1967 la Santa Sede aveva l’impressione che la questione della Terra Santa, dopo tredici secoli, stesse per essere risolta da un accordo bilaterale tra Paesi belligeranti, mentre era tramontata l’idea del corpus separatum ventilata dalla Risoluzione dell’Onu n. 181 del 1947. Il Vaticano constatava che i Luoghi santi erano diventati più facilmente accessibili, ed al tempo stesso la situazione della Chiesa rimaneva fortemente precaria, come si vide nel 1977 con la legge contro il proselitismo e l’attività missionaria cristiana.

Fu l’elezione di Karol Wojtyla, cresciuto fianco a fianco con molti amici ebrei e testimone dell’orrore della Shoah durante la seconda guerra mondiale, ad imprimere un’accelerazione decisiva a un processo al quale già la costituzione conciliare Nostra Aetate nel 1965 aveva dato una svolta. Giovanni Paolo II era infatti orientato a una rivoluzione dei rapporti fra cattolicesimo ed ebraismo.

Un contributo formidabile gli venne offerto dalla forte personalità dell’arcivescovo Andrea Cordero Lanza di Montezemolo (1925-2017), figlio di un comandante dei partigiani ucciso alle Fosse ardeatine il 24 marzo 1944, nominato delegato apostolico a Gerusalemme nel 1990 dopo esser stato nunzio in Messico, Giappone, Kenya, Papua Nuova Guinea, nel Nicaragua della rivoluzione sandinista, per la sua stessa storia personale, insieme al frate francescano David M. Jaeger (autorevole collaboratore della nostra rivista Terrasanta), a Yossi Beilin e Shlomo Gur, tra i pochissimi diplomatici che avessero i requisiti per avviare il processo per l’allacciamento delle relazioni diplomatiche fra Vaticano e Israele.

«Ci furono parecchie difficoltà di carattere giuridico – raccontava fra Jaeger in un’intervista del 2007 – e anche sui diversi obiettivi. Agli israeliani interessava il riconoscimento politico dell’esistenza dello Stato d’Israele da parte della Santa Sede, e volevano negoziare successivamente tutti i problemi relativi alla vita della Chiesa in Terra Santa. Per noi era il contrario: l’allacciamento delle relazioni diplomatiche era subordinato al raggiungimento di un’intesa di massima sui problemi concreti della presenza e dell’attività della Chiesa cattolica. Loro avrebbero voluto che la Santa Sede riconoscesse Gerusalemme capitale dello Stato d’Israele, io replicavo che questo non spettava a noi. Lavorammo per due anni, non senza momenti di tensione».

L’Accordo fondamentale firmato il 30 dicembre 1993, rimarcava, «è il risultato di un compromesso e rimane ancora oggi una pietra miliare nei rapporti fra Israele e la Santa Sede, sia per il riconoscimento reciproco di una serie di princìpi-cardine sia perché ha aperto le strade a successivi accordi», raggiunto peraltro in un clima difficile. «Il fatto che i cattolici in nome dei quali la Santa Sede agisce fossero una minoranza sparsa nella popolazione araba e poco presente tra quella ebraica ha sempre creato tensioni con Israele: i cristiani pagano il prezzo di essere una minoranza sia in Israele che fra i palestinesi» ricordava.

Non a caso l’ambasciata israeliana presso la Santa Sede presentava il concerto diretto da Nathan Lam lo scorso giugno nella sinagoga di Roma per il venticinquesimo anniversario dell’Accordo come «un’occasione per ripercorrere questo ancor breve ma significativo percorso caratterizzato da relazioni uniche, differenti da altre, perché in esse questioni politiche e religiose convergono intrecciandosi ed influenzandosi reciprocamente».

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