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La porta (stretta) dei migranti

Anna Clementi e Diego Saccora
24 settembre 2019
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La porta (stretta) dei migranti
Il campo informale di Trnovi, a Velika Kladuša (Bosnia ed Erzegovina).

Mentre l’opinione pubblica è distratta dalla propaganda su sbarchi e barconi nel Mediterraneo, la rotta balcanica continua ad essere percorsa da migliaia e migliaia di disperati provenienti da Siria, Iraq ed Estremo Oriente. Siamo stati a Bihać in Bosnia, crocevia verso l’Italia e il Nord Europa.


Alia (il nome è di fantasia) ci apre la porta con un sorriso facendoci accomodare attorno al tavolo del salotto. Mentre ci serve un tè speziato accompagnato da un tradizionale dolce bosniaco, sentiamo bussare alla finestra della cucina. «Sister Alia, sister Alia!». Il marito, si affaccia, stringe la mano a un ragazzo pachistano e gli consegna un sacchetto di cibo.

«Ormai mi chiamano così», sorride la donna. «Da febbraio 2018, la nostra vita è completamente cambiata. Stavo andando a prendere a scuola uno dei miei figli, quando ho visto alcuni ragazzi tremare di freddo all’angolo della strada. Dovevo aiutarli. Era ancora inverno, la temperatura era sotto zero e non avevano nulla». Alia non riesce a trattenere le lacrime. L’intensità del suo pianto rivela il dolore di chi ha vissuto la guerra sulla propria pelle, quando la città di Bihać, a nord-ovest della Bosnia, per tre lunghi anni, dal 1992 al 1995, ha subito l’assedio, la fame e l’isolamento. Alia era poco più che una bambina. Anche per questo motivo da quando questa cittadina di sessantamila abitanti al confine con la Croazia è divenuta uno dei principali crocevia della rotta balcanica, Alia, assieme a tante altre persone, ha deciso di spendersi ogni giorno per chi cerca di raggiungere l’Unione Europea, attraversando il Paese dalla Serbia o dal Montenegro.

«All’inizio distribuivo i vestiti che non usavamo più, poi pian piano ho preso gli indumenti dal nostro guardaroba, in particolare i calzini e i maglioni di mio marito», dice scoppiando in una fragorosa risata e guardando l’uomo con aria colpevole.

Se all’inizio erano tanti i cittadini come Alia a darsi da fare a livello individuale per sostenere le persone migranti di passaggio a Bihać, col passare del tempo e con l’aumento dei numeri in Bosnia, la solidarietà popolare è diventata sempre più rara.

Secondo i dati dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur), nel corso del 2018 più di 24 mila persone hanno attraversato la Bosnia per raggiungere l’Unione Europea, e si è trattato principalmente di siriani (20 per cento), pachistani (15 per cento), iracheni (9 per cento) e iraniani (9 per cento). Nei primi cinque mesi del 2019 i passaggi nel Paese sono stati circa 8.900, con un aumento significativo dei pachistani (42 per cento degli arrivi totali) e dei bangladesi, accompagnato da una sensibile diminuzione del numero di iraniani. Infatti, dopo che nell’ottobre 2018 la Serbia ha eliminato la liberalizzazione dei visti turistici per gli iraniani in vigore da settembre 2017, il flusso di persone proveniente dall’Iran direttamente in aereo si è bloccato, scoraggiando le partenze e facendo tornare la via nelle mani dei trafficanti, attraverso Turchia, Grecia e Macedonia del Nord.

Alia stava portando i figli a scuola, quando ha visto alcuni ragazzi tremare di freddo

Al momento l’Acnur stima che in Bosnia ci siano circa 8 mila – 8.500 migranti, mentre gli alloggi disponibili sono 4.300. E se fino all’estate del 2018 le istituzioni sono state sostanzialmente latitanti nell’intervenire sul campo, con la sola Croce Rossa e qualche organizzazione non governativa internazionale ad attivarsi, con l’arrivo dell’inverno e l’incremento degli arrivi, l’Unione Europea ha compreso che il transito attraverso le cittadine di Bihać e Velika Kladuša situate a nord-ovest del Paese, non sarebbe stato un fenomeno passeggero. Quindi, come aveva già fatto precedentemente in altri Paesi dei Balcani, ha dato inizio alla creazione di campi e all’invio di cospicui finanziamenti. In pochi mesi nel territorio del cantone Una-Sana, uno dei dieci della Federazione di Bosnia ed Erzegovina, sono sorti quattro campi: il Miral, una fabbrica di attrezzature edilizie a 5 chilometri da Velika Kladuša; il Sedra, un hotel chiuso da anni per bancarotta, situato nella municipalità di Cazin, distante chilometri dalla città; il Bira e il Borici, entrambi a Bihać, rispettivamente un’ex fabbrica di lavatrici e un edificio diroccato già adibito durante l’estate 2018 a centro d’accoglienza, ma restaurato solo a gennaio 2019 per rispondere agli standard umanitari minimi.

Inoltre nei pressi di Sarajevo, punto di transito e convergenza di diverse rotte, sono stati istituiti due campi: a Uzivak, in una ex base militare nell’area di Hadžići dove, durante il conflitto degli anni Novanta è stato usato uranio impoverito, e a Delijaš, una località di montagna senza alcun tipo di servizio. Infine è stato creato un campo a Salakovac, a circa 20 chilometri da Mostar in quello che è stato un centro per profughi di guerra. Tutte le strutture sono gestite dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim).

Fin dall’inizio la strutturazione di questi centri è stata oggetto di critiche da parte della cittadinanza bosniaca; le migliaia di persone presenti sul territorio sono gradualmente divenute il motivo per generare problematiche sociali, facendo leva su singoli casi isolati spesso cavalcati ad hoc dai media. Sej Ramić, professore d’arte e gestore di una popolare pagina Facebook anti-migranti, si è fatto portavoce di una serie di petizioni, nell’ottobre 2018, nelle quali si chiedeva lo spostamento dei campi fuori dai centri abitati per ragioni di sicurezza e di ordine pubblico. Nello stesso periodo la polizia bosniaca ha iniziato a fermare e controllare i treni provenienti da Sarajevo per evitare arrivi e impedire coattivamente l’ingresso alle persone nel perimetro cantonale. Dal mese di giugno, per volontà delle istituzioni locali e in contrasto con la valutazione negativa della Commissione Europea, si è strutturato un nuovo campo a Vučjak, nei pressi di Bihać, sito sul terreno di una ex discarica, a meno di due chilometri dal confine croato.

Cʼè chi prova ad attraversare
il confine anche cinque, dieci volte, prima di andare oltre

Alia, vista la crescente tensione affiorante a Bihać, ha tentato di mantenere un basso profilo e, nonostante tutto, non si è fermata. «Le persone hanno bisogno di sostegno e ho deciso di esserci». Oltre alla distribuzione di pasti e vestiti, Alia, quando riceve donazioni da amici e conoscenti, fornisce anche scarpe e altro materiale. «C’è chi prova a passare il confine anche cinque, dieci volte, prima di raggiungere la Croazia o andare oltre».

Chi vive a Bihać e a Velika Kladuša vede ogni giorno gruppi di persone incamminarsi con zaini pesanti verso il confine croato, e ne osserva tanti altri tornare indietro respinti. Questo continuo movimento rappresenta la quotidianità che da più di un anno riguarda il confine bosniaco-croato e, da ancora prima, quello serbo-croato e serbo-ungherese.

Spesso tutto ciò avviene grazie a connivenze e sotto il sostanziale silenzio da parte dei membri delle Nazioni Unite sebbene la gestione dei campi, sia affidata all’Oim, con la presenza dell’Acnur, Save the Children e altre organizzazioni preposte alla tutela della salute e alla protezione sociale come il Danish Refugee Council.

Ad Aisha, donna irachena di nemmeno 30 anni e gli occhi intensamente verdi, trema la voce nel ricordare la vicenda del suo respingimento e della famiglia. «Ci hanno fermati in Croazia, nella città di Sisak, perché mio marito ha fatto l’errore di andare ad acquistare dell’acqua. Non appena ci ha visto, il titolare del negozio ha chiamato la polizia. Ero incinta al settimo mese. Quel giorno abbiamo capito che dopo tutta questa strada percorsa per arrivare fin qui dall’Iraq, la nostra fatica non era ancora terminata, sebbene avessimo già messo piede nell’Unione Europea».

Nonostante la violenza ai confini e i respingimenti sistematici da parte della polizia croata e slovena, la rotta bosniaca continua ad essere il principale accesso via terra all’Unione Europea e ha come sbocco naturale l’Italia, luogo di destinazione o, molto più spesso, di transito per migliaia di persone dirette verso l’Europa del nord. Mentre il governo italiano concentra l’attenzione mediatica sugli sbarchi nel Mediterraneo, il confine nord-orientale del Paese viene attraversato ogni giorno da decine di persone, spesso invisibili anche alle statistiche ufficiali. Secondo i dati della Commissione nazionale per il diritto d’asilo, nei primi due mesi del 2019 hanno richiesto asilo in Italia oltre 6.300 persone, di cui 1.480 pachistani.

«Queste persone hanno il nostro stesso sogno – dice un insegnante bosniaco –, come biasimarle?»

«Queste persone hanno il nostro stesso sogno», ci racconta Damir, un tempo insegnante alle scuole medie. «Il governo locale non vuole investire nello sviluppo; il tasso di disoccupazione è alle stelle e lo stipendio medio è da fame, sono tanti i bosniaci che aspettano il visto per andare in Europa. Mi chiedete se solidarizzo con queste persone? Come biasimarle? La guerra ha rubato le nostre adolescenze e ora continua a rovinare vite perché non c’è lavoro. Anche io e mia moglie sogniamo la Germania, per dare un futuro a nostra figlia».

Il vento muove una tenda. Alia, scusandosi, si alza da tavola e va alla finestra. «Sister, sister!» A salutarla è Ali, un ragazzo indiano che non vedeva da giorni; ha la barba incolta, lo sguardo rabbuiato e indossa scarpe spaiate. È appena stato respinto assieme ad altri compagni di viaggio. Nemmeno stavolta la meta è stata raggiunta. «Ma va tutto bene, qualche giorno di riposo e riproveremo», dice. «La prossima, sarà sicuramente la volta buona. Inshallah».

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Settembre-Ottobre 2019

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