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La Turchia, gli armeni e la «guerra delle parole»

Chiara Zappa
20 maggio 2015
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La Turchia, gli armeni e la «guerra delle parole»
Un'istantanea scattata durante una manifestazione nel centenario del genocidio armeno. (foto Flash90)

La Turchia condivide le sofferenze degli armeni per gli eventi dolorosi del 1915». Parola del controverso presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che così si è espresso in un messaggio al patriarcato armeno in occasione del centenario dei massacri che cent’anni fa insanguinarono le terre dell’Impero Ottomano in disfacimento.

Inedita espressione di vicinanza o magistrale esempio del cerchiobottismo a cui il «sultano» di Ankara ha ormai abituato il mondo? La domanda è d’obbligo, vista l’incresciosa vicenda andata in scena pochi giorni prima quando Papa Francesco, durante la Messa in Vaticano per commemorare il centenario degli eccidi in cui perì un milione e mezzo di persone, aveva affermato che quell’episodio rappresenta «il primo genocidio del XX secolo».

Apriti cielo! «Storia strumentalizzata a fini politici», aveva attaccato Ankara, richiamando il suo ambasciatore, mentre il premier turco Davutoğlu aveva gridato al complotto, parlando di «un fronte del male» a cui «pure il Papa ha aderito». Erdoğan, da parte sua, aveva dichiarato: «Voglio avvertire il Papa di non ripetere questo errore».

Reazioni durissime di fronte alle quali, tuttavia, non c’è da sorprendersi, neppure tenendo conto che le espressioni di Francesco riprendevano alla lettera quelle utilizzate da Giovanni Paolo II già nel 2001. Per il governo di Ankara, ormai, la guerra delle parole è l’ultimo baluardo per tenere in piedi un castello di menzogne e rimozione collettiva che, dopo cento anni, è davvero sul punto di sgretolarsi.

Le stragi sistematiche di armeni (ma anche di siriaci, caldei, greci…), messe in atto negli anni della prima Guerra mondiale durante il convulso passaggio dall’Impero Ottomano alla formazione dello Stato turco, furono infatti conseguenza diretta del disegno politico nazionalistico del partito dei Giovani turchi, che vide sacrificare la millenaria pluralità dell’Anatolia all’omogeneità assoluta – etnica e religiosa – come collante della nuova nazione.

I sanguinosi eventi di cui il 24 aprile il mondo ha ricordato il centenario – e che per Ankara non furono frutto di un piano premeditato né avvennero su scala così larga – sono dunque legati alle fondamenta stesse della moderna Repubblica creata da Atatürk, tuttora indiscussa icona nazionale. Un fatto che aiuta a comprendere perché parlare di «genocidio», in Turchia, non solo abbia rappresentato per decenni un tabù assoluto (e resti una scelta legalmente perseguibile quale «insulto all’identità turca»), ma sia percepito da larga parte della popolazione come un segnale di mancato attaccamento alla patria e di offesa ai propri stessi antenati.

È significativo, in questo senso, che in seguito alla recente mozione in cui il Parlamento europeo ha riconosciuto come «genocidio» lo sterminio degli armeni, il principale partito di opposizione turca, il progressista Partito popolare repubblicano (Chp), si sia unito all’islamico Akp di Erdoğan e alla destra ultranazionalista per una dichiarazione congiunta di condanna dell’approccio «parziale» dell’Europa, che «previene una ricerca scientifica sulla questione».

Alla vigilia delle elezioni del 7 giugno, questo arroccamento collettivo della politica turca resta chiaramente una scelta di parlare alla «pancia» del Paese, fomentandone le oscure intolleranze in nome di un malinteso patriottismo, a fini di consenso.

Eppure, oggi, la Turchia non è solo negazionismo cieco. Al contrario. Inedita è stata la scelta di vari periodici (da Birikim a Tarih) di dedicare a questo centenario il numero di aprile, mentre non poche case editrici hanno deciso di pubblicare titoli sulla questione armena.

Soprattutto, però, a rappresentare segnali di un mutamento in atto nella sensibilità collettiva sono le numerose iniziative culturali, a cominciare dagli scambi tra scuole, attraverso viaggi di conoscenza, o progetti congiunti, come l’Orchestra sinfonica giovanile turco-armena, rivolta agli allievi di conservatorio, o il Festival del cinema di Yerevan, che sostiene la collaborazione tra giovani registi. Ma a dialogare con il mondo armeno sono anche giornalisti, accademici, associazioni e fondazioni (ad esempio quella intitolata ad Hrant Dink, il giornalista turco-armeno ucciso da un fanatico nel 2007).

Infine, per la prima volta in cinquant’anni, tre importanti partiti turchi (l’Akp, il Chp e il curdo Hdp) hanno inserito ai primi posti nelle proprie liste in vista delle elezioni alcuni candidati di origine armena… Pur tra mille contraddizioni e guerriglie lessicali, la Turchia è consapevole che i tempi sono cambiati. E, nei fatti, non rimane immobile.

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