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L'Associazione Amici di Nevé Shalom-Wahat as Salam propone di visitare, oltre ai luoghi santi, anche i protagonisti del dialogo di pace. Per conoscere altri punti di vista.

In cerca del pezzo che manca alla pace

Giulia Ceccuti
27 giugno 2014
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In cerca del pezzo che manca alla pace
Il gruppo in cammino nei pressi del Mar Morto.

Un puzzle. Questo è stato il viaggio in Israele e Palestina organizzato dall’Associazione Italiana Amici di Nevé Shalom-Wahat as Salam dal 27 aprile al 4 maggio scorsi, che ha coinvolto un gruppo di 26 persone.

Tante voci diverse – a cominciare dalle tre guide (ebrea, cristiana e palestinese), tutte locali – accostate come tasselli, a raccontare, ciascuna dal proprio punto di vista, una realtà estremamente complessa. Nella sua bellezza, storia e fatica.

Tappe principali Gerusalemme, le città palestinesi di Betlemme e Hebron, segnate dalla presenza del muro di separazione, dei check-point e degli insediamenti, Masada, il deserto del Neghev con Mitzpe Ramon, Tel Aviv, Jaffa. Quindi la realtà, unica in Israele, del villaggio cooperativo di Nevé Shalom-Wahat as Salam («Oasi di pace» in ebraico e arabo), a mezz’ora da Gerusalemme, fondato nel 1972 dal padre domenicano Bruno Hussar e nel quale oggi circa 60 famiglie, equamente divise tra ebree e palestinesi di cittadinanza israeliana, hanno scelto di vivere e far studiare i propri figli insieme: luogo concreto di convivenza possibile.

Durante il viaggio sono stati numerosi gli incontri con associazioni e singoli che si misurano ogni giorno con la realtà del conflitto e a questa reagiscono in modi differenti.

Dal professor Sami Basha, palestinese, cristiano, docente di pedagogia alla Palestine University di Betlemme, da anni impegnato nel tentativo di far respirare ai propri studenti una cultura di pace, alla giornalista e scrittrice ebrea Manuela Dviri, che in risposta a una realtà che definisce «di formiche impazzite» ha dato vita al progetto Savingchildren, grazie al quale bambini palestinesi vengono curati in ospedali israeliani, «solo quando questo non è possibile in Palestina», precisa.

Dalle donne israeliane di Machsom Watch, che fanno presenza ai check point per denunciare attraverso la pubblicazione di report le violazioni dei diritti umani di cui sono testimoni («Questi ostacoli sono un mezzo per limitare il movimento della popolazione palestinese ma anche per controllare il loro tempo e la loro vita: giorno dopo giorno la politica della chiusura ruba a milioni di esseri umani questa risorsa così preziosa. I beni materiali possono venir restituiti o risarciti, ma tempo rubato è irrestituibile», ha spiegato Daniela Yoel, una di queste donne), alle attività di Combatants for peace, organizzazione che riunisce ex soldati israeliani ed ex combattenti palestinesi, alla realtà israeliana di Icahd (The Israeli Commitee Against House Demolition), che si occupa del problema della demolizione delle case.

Tra le voci ascoltate al villaggio di Nevé Shalom-Wahat as Salam, significativa quella di Daniella Kitain, ebrea, tra i primi abitanti del villaggio: «Siamo venuti ad abitare qui anni fa già con delle idee su come fare pace con l’altra parte. Vivere qui ci ha fatto capire che quell’idea era molto più complessa rispetto a quello che pensavamo. È complicato perché a volte vuoi che l’altro accetti non solo te come persona, ma anche il tuo popolo, la tua cultura, le tue idee, e non sempre questo avviene. E lo stesso accade ai palestinesi che abitano in questa comunità. Ma penso che questo è il tipo di frustrazione che ci deve essere, perché avere una soluzione pacifica, ottenere la riconciliazione significa accettare di non poter avere tutto: ciascuna parte deve accettare il fatto che non può ottenere tutto. Credo di avere imparato questo qui al Villaggio, e che questo si applichi al resto del Paese».

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