Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Le porte amate da Dio (e quelle che invece Egli detesta)

Daniel Attinger
4 ottobre 2012
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In un precedente numero di Terrasanta (maggio-giugno 2012) ho ricordato un significato possibile della Porta di Damasco, luogo di una scelta che però non isola da chi fa altre scelte. Giudaismo, cristianesimo e Islam sono infatti solidali nell’affermare, di fronte a una roccia o a un muro, che non sono ostacoli, ma porte verso l’intimità con Dio.

Vorrei ora riflettere su un’altra porta di Gerusalemme, per tanti aspetti simile a quella di Damasco eppure fondamentalmente diversa, la Porta di Giaffa. Le porte di Gerusalemme – lo ricorda l’Apocalisse (21,13) – sono essenzialmente passaggi che permettono di entrare nella Città Santa «da oriente, da settentrione, da mezzogiorno e da occidente». A me sembra che la Porta di Giaffa faccia eccezione: la vedo anzitutto come un varco che permette di uscire da Gerusalemme. è la porta che guarda verso ovest e immette nella città nuova. Al di qua, la città vecchia con le sue viuzze, i suoi suk, i suoi santuari (Muro Occidentale, Santo Sepolcro o Santa Risurrezione, moschea al-Aqsa). Di qua ancora, i profumi orientali, il canto del muezzin, il rintoccare delle campane, il miscuglio infinito di abitanti arabi o israeliani, ebrei, musulmani o cristiani, di pellegrini e di turisti provenienti da tutto il mondo che ingombrano, a piedi, ogni angolo della città vecchia. Al di là della Porta di Giaffa, il mondo moderno, il viavai di macchine troppo numerose, l’architettura moderna che man mano fa scomparire i resti dell’architettura ottomana della fine del XIX e dell’inizio del XX secolo, la città tentacolare, e, soprattutto, la recentissima via Mamilla: arteria commerciale di gran lusso che sembra un terminal di aeroporto. Il contrasto è violento, stridente. Qualche tempo fa si trovava, fra la città vecchia e questa via, a due passi della Porta di Giaffa, una scritta molto indovinata (che è stata evidentemente rimossa molto presto): «Confine tra spirito e corpo».

Questa porta è forse anch’essa luogo di scelta? La scritta l’imponeva… ma non la vita. Non si può scegliere tra spirito e corpo; siamo al contempo il nostro corpo e il nostro spirito. Tutte le religioni lo sanno, per cui l’ultra-ortodosso ebreo viaggia con il suo cellulare, il musulmano passeggia fra i negozi di lusso, i cristiani non rifiutano l’arte e l’architettura moderna, e tutti girano in macchina! Il credente in Dio vive nel mondo. Vi è quindi passaggio continuo dal corpo allo spirito, come attraverso la Porta di Giaffa.

Mi viene allora da pensare a un’altra frontiera, anch’essa piuttosto recente, dove le porte sono check-point. Là, non si distingue tra spirito e corpo, ma tra corpi e corpi, tra spiriti e spiriti, tra figli di Dio e figli di Dio, e là, il passaggio è al quanto difficile – a meno di far parte di quelli che, tramite le agenzie turistiche, portano soldi in Terra Santa –. Queste porte Dio le detesta, a differenza delle porte di Gerusalemme.

Forse allora non è un caso se questa porta, chiamata dagli ebrei sha‘ar Jafo, Porta di Giaffa (porta cioè che punta sul mar Mediterraneo, apre ai vasti orizzonti del mondo ed evoca per i cristiani la grande missione alle genti) è chiamata dagli arabi bab al-Khalil, Porta di Hebron, nome che in arabo significa «l’amico», e rimanda alla città di Abramo, amico di Dio, secondo quanto sta scritto: «Abramo credette a Dio e gli fu accreditato come giustizia, ed egli fu chiamato amico di Dio» (Giacomo 2,23; cf. 2 Cronache 20,7; Isaia 41,8; Daniele 3,35). Questa porta è amata da Dio, perché è porta dell’Amicizia.

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