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Una cooperativa palestinese e l'ong italiana Vento di Terra hanno avviato un progetto per la produzione di sandali in pelle, finanziando così attività educative.

Impronte di pace

Irene Panighetti
10 dicembre 2010
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Impronte di pace
Sandali prodotti nel campo profughi palestinese di Qalandia.

Segni duraturi in un percorso di speranza; questo il significato di un oggetto, umile e al contempo pieno di dignità: i sandali prodotti dalla cooperativa diretta dal dottor Salim Anati, frutto di un progetto di cooperazione con l’ong italiana Vento di Terra. La cooperativa in realtà è solo uno degli ultimi risultati di un’azione comune iniziata nel 2003, con programmi di educazione per bambini e bambine del campo profughi di Shu’fat di Gerusalemme Est, dove vivono anche le persone che abitavano nel quartiere magrebino spianato nel 1967 dagli israeliani all’indomani della guerra dei Sei giorni.

«Nel 2003 mandammo degli operatori a fare formazione in Italia – spiega Salim – per prepararsi su tecniche ludico-pedagogiche da applicare poi alle attività qui in Palestina. Questi operatori quindi organizzarono attività per i bambini del campo, e fummo anche in grado di portare in Italia una ventina di bambini, scelti tra i più sfortunati». In seguito le relazioni si ampliarono includendo il settore sanitario, con l’invio in Italia di adolescenti con problemi di salute e di studenti di medicina per fare tirocini negli ospedali, in particolare al San Paolo di Milano.

Nel 2007 nasce l’idea di fondare una cooperativa per creare possibilità di lavoro per gli abitanti dei campi profughi e, soprattutto, per ricavare fondi da destinare ai progetti per i bambini. Dal 2009 la cooperativa è a regime: la sede si trova appena entrati nel campo di Qalandia, dopo il check-point che lo divide da Gerusalemme. L’ingresso è quasi nascosto, a malapena indicato da una targa coperta dalla polvere. Ma gli uffici e i laboratori sono ben tenuti, anche se la nostra visita avviene in periodo di Ramadan, il mese sacro per i musulmani, dunque quando la fabbrica è chiusa. Salim ci mostra gli spazi e i modelli dei sandali, spiegandoci che la cooperativa impiega 10 persone, 6 operai, tutti uomini, musulmani e cristiani, e 4 persone in amministrazione. «Le donne, 35 in totale, lavorano invece al campo di Shu’fat, dove producono i sacchetti in cotone che conterranno i sandali», spiega ancora il presidente della cooperativa. I sandali sono in vera pelle, proveniente dalla zona di Hebron, mentre i colori, tutti naturali, sono prodotti direttamente nella fabbrica di Qalandia.

«Fino ad ora abbiamo prodotto circa 13 mila sandali, destinati al mercato estero», ci informa; le esportazioni maggiori sono in Italia, dove i sandali sono venduti dal commercio equo e solidale e distribuiti dalla cooperativa Nazca; ma l’export funziona anche in Francia, Svezia, Canada e Gran  Bretagna. Il costo medio è di 15-20 euro al paio, per una gamma che include oltre 20 modelli, da uomo e da donna. Visto il successo dell’idea ora Salim spera di poter presto proporre cinture e borse da donna, sempre ovviamente nello stesso spirito di finanziamento dei progetti formativi per i bambini dei campi profughi, posto che Israele non crei troppi ostacoli: «Per i sandali non è raro che le spedizioni siano fermate per giorni e giorni perché Israele non vuole che ci sia la dizione Palestinian hand craft, un riconoscimento, seppur piccolo, dell’esistenza dello Stato di Palestina».

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