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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia
Un'attività pastorale nata in Israele nel 1995 per iniziativa di una suora delle Francescane missionarie di Maria.

Sentinelle di speranza per chi è dietro le sbarre

Chiara Tamagno
8 ottobre 2010
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Sentinelle di speranza per chi è dietro le sbarre

Si tratta di un’attività pastorale nata quasi per caso, nel 1995, quando il console colombiano chiese l’assistenza di un religioso per un detenuto del suo Paese trattenuto in un carcere israeliano. Allora si mobilitò suor Isabel, delle Francescane missionarie di Maria a Gerusalemme, che in pochi anni organizzò una rete di persone disponibili a questo servizio. Oggi suor Isabel ultranovantenne ha ceduto il testimone a una consorella, suor Emanuelle, che è entusiasta dell’iniziativa: «A dire il vero non siamo in molti, anche perché per questo servizio occorre un impegno su tempi lunghi.

Attualmente quattro sacerdoti e due suore lavorano stabilmente nella pastorale carceraria. Due volte alla settimana visitiamo una delle carceri dove sono reclusi detenuti colpevoli di reati comuni». Sono soprattutto latino americani che scontano pene per problemi di droga (molti, anche donne, nel miraggio di qualche guadagno decidono di portare droga clandestinamente dai loro Paesi agli spacciatori in Israele), ma anche arabi e israeliani accusati di furto o omicidio. «Una volta potevamo incontrare i detenuti indipendentemente dal loro credo- ricorda suor Emanuelle – oggi invece possiamo avere contatti solo con i cristiani. È un’opportunità preziosa anche per la relazione tra i detenuti, che quando ci siamo noi possono trovarsi tra loro, parlarsi, confrontarsi…». Sono visite che nel tempo hanno subito restrizioni: «Prima di ogni visita dobbiamo avere il permesso del rabbino e dobbiamo elencare con maniacale dettaglio ogni oggetto che portiamo con noi, dai fiori al vino per la Messa (questo spesso proibito)».

Nelle due ore a disposizione questi angeli delle carceri radunano i detenuti cristiani, ascoltano le loro esigenze, si prestano a dare notizie alle loro famiglie… poi leggono insieme il Vangelo della domenica e ne condividono i commenti. «A volte – racconta suor Emanuelle a cui brillano gli occhi – ci dicono di aver incontrato Dio solo in prigione. È un mistero della presenza del Signore. Per questo mi sento una sentinella di speranza, di amore, di perdono».

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