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Anche nell'ospedale pediatrico di Betlemme viene introdotta la terapia del sorriso. Grazie a una collaborazione con l'Italia.

Nasi rossi per sorridere al Caritas Baby Hospital

Chiara Tamagno
7 aprile 2010
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Nasi rossi per sorridere al <i>Caritas Baby Hospital</i>
Terapia del sorriso in corso all'ospedale pediatrico di Betlemme.

È ormai alla fase conclusiva il progetto «Terre di Toscana, strumenti per la pace» che ha lanciato la clown terapia all’ospedale Baby Caritas di Betlemme. Un’iniziativa che ha previsto cinque fasi, ovvero cinque settimane di corso, tra cui uno stage in Italia, nell’arco di due anni e che si concluderà il prossimo agosto a Betlemme.

L’idea era nata nel corso di un pellegrinaggio quando alcuni volontari che applicavano la clown-terapia negli ospedali della Toscana hanno pensato di aiutare anche i bambini di Betlemme (e anche i loro genitori) a sorridere. «Ci è parsa subito una proposta interessante –  spiega suor Lucia Corradin, membro dello staff dell’ospedale  –  non solo per alleviare la sofferenza dei bambini ricoverati, ma anche per stemperare le tensioni che qui sono sempre molto alte. A dire il vero, trovare medici e paramedici del nostro ospedale disponibili a questa nuova modalità di approccio non è stato facile. Ma poi abbiamo raccolto un gruppo di una ventina di operatori, che hanno seguito tutte le fasi della formazione».

Sembrava improponibile la settimana di stage in Italia per le infermiere palestinesi, che avrebbero dovuto espatriare senza i loro mariti, anzi lasciando la famiglia per qualche giorno, ma ci sono riuscite e hanno partecipato allo stage con grande entusiasmo. Il corso di clown-terapia al Baby Caritas ormai volge al termine, dopo di che il personale che vi ha partecipato può a sua volta formare nuove leve… Intanto in questi mesi tra le corsie dell’ospedale di Betlemme qualcosa è cambiato: spesso sbucava dal camice dell’infermiere un naso rosso, una trombetta, mentre in testa compariva all’improvviso un cappellino con i campanelli! «Mia figlia ricorda ancora il primo giorno di ricovero come un’esperienza divertente!», racconta una mamma.

Un’iniziativa rivolta innanzitutto ai bambini ma che ha sortito effetti positivi anche sugli adulti: «Le donne dapprima si coprivano il volto al nostro passaggio in maschera –  spiega Claudia ­ ­ ­ Cencetti, una delle volontarie del Progetto – ma poi riuscivamo a far ridere anche i vecchi! Persino al check-point, dove ci hanno smontato le valigie, alla fine i soldati si sono sciolti in sorrisi divertiti di fronte al nostro buffo armamentario». Il diritto a sorridere: anche questa è una via per la pace.

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