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Ma quante volte un Papa deve chiedere scusa?

l'editoriale
30 giugno 2009
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La visita di Benedetto XVI in Terra Santa è stata contrassegnata da una spasmodica attenzione da parte dei media israeliani. Sotto la lente d’ingrandimento sono finite soprattutto le parole pronunciate allo Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto. Il tono dei commenti? Sostanzialmente di delusione: «Il Papa taglia corto sull’Olocausto», scriveva il Jerusalem Post. Anche per le principali testate tivù sulla Shoah il Papa avrebbe detto parole troppo generiche.

Fortunatamente, qualche voce dissonante c’è stata. Yedioth Ahronoth, uno dei maggiori quotidiani israeliani, sottolineava gli sforzi della Chiesa cattolica nel combattere l’antisemitismo e nel gettare ponti di dialogo con l’ebraismo.  

Benedetto XVI pellegrino di pace in Terra Santa, ha pronunciato parole chiare di condanna contro ogni forma di violenza, sopraffazione e terrorismo. Ha ribadito il diritto di Israele alla sicurezza e dei palestinesi a uno Stato. Ha condannato la Shoah, un orrendo gesto compiuto da un «regime senza Dio». Eppure a qualcuno non è bastato.

Sulla Shoah la Chiesa ha già detto quanto si doveva dire in un documento intitolato Noi ricordiamo: una Riflessione sulla Shoah (16 marzo 1998). Giovanni Paolo II ha chiesto perdono, in occasione del suo viaggio giubilare, per tutti i comportamenti che «nel corso della storia hanno fatto soffrire questi tuoi figli (cioè gli ebrei – ndr)». Benedetto XVI si è posto in questo cammino di fraternità con il popolo dell’alleanza, l’«ulivo buono» sul quale si è innestato il germoglio del cristianesimo.

La richiesta di perdono da parte della Chiesa cattolica al popolo d’Israele, per bocca di un Pontefice, c’è già stata. E non scade, che il Papa si chiami Ratzinger o Wojtyla.

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