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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Guerra e pace. Oggi come ieri

Edoardo Arborio Mella
18 novembre 2008
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Nell’epistolario di san Gerolamo è conservata una lettera scritta da Paola ed Eustochio (ma forse redatta materialmente dallo stesso Gerolamo) a Marcella. È la lettera 46, forse del 392 o 393, nella quale le due donne spiegano il motivo della loro venuta da Roma in Terra Santa e invitano la loro corrispondente a raggiungerle onde condurre assieme vita monastica. Tutti vengono a vivere qui, esse scrivono, tutti accorrono in questi luoghi e mostrano a noi un campionario delle più diverse virtù. «Le lingue sono diverse, ma la devozione è unica. I cori dei salmodianti sono praticamente tanti quante le diversità dei popoli, e in tutto ciò (virtù fondamentale dei cristiani) nulla di arrogante, nulla che sappia di orgoglio riguardo all’ascesi. L’unica gara fra tutti riguarda l’umiltà. (…) Nessuno giudica un altro per non esser giudicato dal Signore. E ciò che è normale nella maggior parte delle province, che ci si morda a vicenda, qui non accade affatto».

Era davvero così? Gelosie, concorrenze e arroganze erano davvero assenti nella Terra Santa del quarto secolo? Scelgo solo due episodi dalla storia del tempo.

Dopo il concilio di Costantinopoli del 381, Gregorio di Nissa fu inviato nella provincia arabica a dirimere dei contrasti di cui nulla sappiamo. Al termine del viaggio passò anche a Gerusalemme. Il vescovo di là Cirillo, ordinato da un vescovo vicino agli ariani, era sospetto di arianesimo agli occhi di una parte della sua Chiesa. Gregorio stesso fu contestato: ignoriamo da chi e perché, ma «da parte di alcuni» vi fu un rifiuto di comunicare con lui allo stesso altare. Si mise in dubbio la sua cristologia; probabilmente Cirillo non poté o non volle difenderlo. Sentitosi «giudicato come persona da evitare», al suo ritorno in patria «con il cuore pieno di collera e di afflizione» sfogò l’amarezza dell’anima sua con una lettera (Lettera 3) indirizzata ad alcune sue figlie spirituali.

Il secondo episodio è legato alla persona di Origene, il grande teologo ed esegeta della prima metà del III secolo da cui dipende tutta l’esegesi biblica dell’Occidente nel primo millennio. Alcuni aspetti del suo pensiero suscitarono riserve, ma la sua intelligenza e la sua passione gli valsero la venerazione dei più. Verso la fine del IV secolo le critiche alla sua teologia si fecero più forti ad opera soprattutto di Epifanio di Salamina. Egli venne in Palestina (una terra impregnata di origenismo) per sradicarvi l’influsso del grande maestro. Ne seguirono attriti con lo stesso vescovo di Gerusalemme. A Betlemme Gerolamo, fervente seguace di Origene nel campo dell’esegesi biblica e traduttore di molte sue opere, si convinse della necessità di combatterne gli errori di teologia; a Gerusalemme un suo grande amico e conterraneo, Rufino di Aquileia, lui pure ammiratore e traduttore di Origene, pur non condividendo taluni aspetti del suo pensiero si rifiutò di partecipare alla lotta. I due campi si divisero sempre più, il conflitto si dilatò, i due amici scrissero l’uno contro l’altro libelli infuocati. Gerolamo, in particolare, non risparmiò all’ex-amico epiteti ingiuriosi neppure dopo la morte di quello.

Chi visita oggi la Terra Santa può essere affascinato dalla varietà delle presenze cristiane oppure scandalizzato dai momenti di conflitto. Entrambe le cose sono vere, talvolta anche entro la stessa relazione umana. Parlare dell’una senza l’altra impedisce di cogliere la complessità della vita di questo Paese, che è poi la complessità della storia.

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