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Gioia della festa e precarietà della vita

Elena Lea Bartolini
18 novembre 2008
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La tradizione rabbinica insegna: «Chi non ha mai veduto la festa per l’attingimento dell’acqua, può dire di non aver mai visto una festa in vita sua. All’uscita del primo giorno festivo – i Sacerdoti e i Leviti – scendevano nell’atrio del Tempio riservato alle donne e vi facevano dei grandi preparativi… Le persone più religiose e più illustri danzavano davanti alla folla con in mano delle fiaccole ardenti e recitando Salmi e Inni» (Talmud Babilonese, Sukkah, 51b). Alla fine dei festeggiamenti ci si congedava con le seguenti parole del Salmo 128: «Ti benedica JHWH da Sion e possa tu vedere la felicità di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita; possa tu vedere i figli dei tuoi figli, pace su Israele» (Sal 128,5-6). Si tratta della festa di Sukkot (delle Capanne), che prevede un’intera settimana di festeggiamenti (cfr. Lv 23,33-43), durante la quale – ancora oggi – gli ebrei usano soggiornare (o consumare almeno un pasto) in capanne costruite nel giardino o sulla terrazza della propria casa. Si dovrebbe iniziare a preparare la Sukkah immediatamente dopo la conclusione della festa di Kippur, il giorno del perdono, in memoria del periodo trascorso nel deserto prima dell’ingresso nella Terra promessa, il tempo in cui il popolo di Israele impara a diventare il «popolo di JHWH» sperimentando sia la fedeltà di Dio alle sue promesse che la precarietà della vita in una situazione «estrema». Durante questi giorni si legge il libro di Qohelet come invito a sollevare lo sguardo per guardare «oltre» ciò che sta «sotto il sole».

Il ciclo delle feste, iniziato con Rosh ha-Shanah e Kippur, prosegue quindi nel segno della gioia e di una precarietà che rimanda all’essenziale, a quell’insegnamento divino rivelato – la Torah – che proprio nel deserto viene donato per poter «scegliere la vita» (cfr Dt 30,1ss.). Non a caso, terminata la settimana di Sukkot, seguono i festeggiamenti per Simchat Torah, la «gioia» per la Torah, solennità durante la quale si termina il ciclo annuale di proclamazione sinagogale del Pentateuco e lo si ricomincia immediatamente ripartendo da Bereshit, dalla Genesi. Il lettore che conclude e riapre tale ciclo viene designato «sposo della Torah», richiamando la dinamica delle «nozze» tra JHWH e Israele delle quali la Torah costituisce il «documento ufficiale». Anche in questa circostanza si usa danzare come gesto liturgico, e lo si fa trasportando i Rotoli sacri della Scrittura sia all’interno delle Sinagoghe che – se possibile – per le strade e per le piazze. È un’esplosione di gioia che invita a «tornare alla musica antica», alla «tradizione», come ricordano le parole di questo canto che accompagna una danza popolare israeliana molto nota: «Torneremo ancora alla musica antica, e il canto sarà brillante e ci illuminerà. Baceremo l’antica coppa (il calice della festa) con occhi e cuore sorridenti. Buone (e belle) sono le nostre tende, la danza esploderà, torneremo ancora alla musica antica».

Nelle comunità della diaspora e in Terra di Israele, è possibile vedere i «segni» di queste feste, tra i quali il lulav di Sukkot, un particolare mazzo formato da un ramo di palma, di salice, di mirto e da un cedro. Secondo alcuni la palma simboleggia la colonna vertebrale, il mirto gli occhi, il salice le labbra, il cedro il cuore. Il lulav diventa così segno di tutte le membra umane che si associano nel lodare il Signore secondo il Salmo 35,10: «Tutte le mie membra diranno: Signore, chi è come te?».

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