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L'uscita di scena del premier Olmert apre una nuova (e delicata) fase politica

Israele, un autunno decisamente «caldo»

Paolo M. Alfieri
19 settembre 2008
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Israele, un autunno decisamente «caldo»
Tzipi Livni con Ehud Olmert (in secondo piano) e il presidente palestinese Mahmoud Abbas.

L’uscita di scena di un premier, Ehud Olmert, forse mai troppo amato e bersaglio di critiche feroci. La crescita in seno ai centristi di Kadima della leadership del ministro degli Esteri Tzipi Livni. La risalita nei sondaggi del Likud, il maggiore partito dell’opposizione che ha per capo l’ex premier Benyamin Netanyahu. E poi le complicazioni nel processo di pace con i palestinesi, la situazione di Gaza, le nuove cupe minacce che giungono dall’Iran, le conseguenze della crisi georgiana, con la Siria pronta ad «accogliere» complessi missilistici russi. L’autunno di Israele si annuncia «caldo» e pieno di interrogativi. Le cui risposte andranno cercate tanto nello scenario politico interno quanto nello scacchiere geopolitico della regione.

L’unica cosa ormai certa è che non sarà Olmert a guidare il Paese attraverso questa fase cruciale. Contestato per la pasticciata gestione della guerra in Libano del luglio-agosto 2006, e per questo accusato di «fallimento» dalla commissione Winograd, perseguitato da accuse di corruzione e da scandali finanziari, Olmert ha lasciato il passo. Favorendo (forse suo malgrado) l’emergere della Livni, stimata dagli analisti per la sua tempra di ferro e l’intelligenza politica e già considerata la donna più potente della storia di Israele dopo Golda Meir.

Sarà lei a provare a ricompattare un’alleanza di governo coi laburisti di Ehud Barak vistosamente scricchiolante. Il compito è arduo, tanto che non sono pochi a prevedere elezioni anticipate a novembre. Lì dove ad approfittare delle conseguenze delle critiche e degli scandali di Olmert potrebbe però essere il Likud di Netanyahu, anche se la Livni continua ad essere leggermente in testa nei sondaggi.

Lo scenario è abbastanza fluido. E per decifrarlo serviranno tempo e pazienza. Anche se ciò significherà probabilmente il mancato raggiungimento di un accordo con l’Autorità palestinese (Anp) entro la fine del 2008, come stabilito ad Annapolis. All’imminente scadenza del mandato presidenziale Usa di George W. Bush, a novembre, rischia infatti di sommarsi un preoccupante vuoto decisionale a Gerusalemme, che certo non faciliterà il processo di pace.

Israele, peraltro, continua a sostenere che nessun accordo può essere raggiunto fino a quando il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) riconquisterà il controllo di Gaza, nelle mani di Hamas dal giugno 2007. Le autorità israeliane sono convinte inoltre che la leadership moderata di Abu Mazen, che controlla la Cisgiordania, non stia facendo abbastanza contro i miliziani che tuttora operano nella sua «zona di pertinenza». Al contempo i palestinesi protestano contro le nuove costruzioni israeliane in Cisgiordania e a Gerusalemme est.

Intese definitive in vista al momento non ce ne sono. E c’è chi paventa complicazioni ulteriori con un’eventuale vittoria elettorale  del «duro» Netanyahu, contrario a qualsiasi concessione ai palestinesi in Cisgiordania. Da parte sua la Livni appare invece più disponibile a un compromesso. Ma senza fretta, perché un accordo di pace generico, raggiunto senza aver prima superato tutti i punti in contenzioso, «rischia di avere l’effetto di un boomerang, di creare malintesi e di scatenare nuove violenze».

Condoleezza Rice, all’ennesimo viaggio nella regione a fine agosto, si è detta ancora convinta della possibilità di arrivare a un’intesa entro fine anno. Ma il processo di pace continua a essere minacciato, oltre che dalle distanze politiche tra gli attori in campo, anche dalle tensioni armate. «Catturare soldati israeliani è una possibilità aperta per tutte le ali militari delle fazioni palestinesi», hanno esortato ancora di recente le Brigate al-Quds, ala militare della Jihad islamica palestinese. «Israele sparirà dalla faccia della Terra», tuona da Teheran il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, spalleggiato dall’Hezbollah libanese che minaccia di colpire Israele con 11 mila razzi «al primo missile sparato dai sionisti verso l’Iran».

Senza contare le preoccupazioni legate al recente annuncio di Damasco, pronta ad accogliere sul suo territorio batterie missilistiche russe. Una mossa che viene letta anche come una conseguenza della crisi georgiana e del successivo accordo sullo scudo spaziale Usa raggiunto tra Washington e Varsavia. I colloqui di pace indiretti tra Israele e la Siria continuano, centrati soprattutto sulla definizione della linea di confine esistente prima dell’occupazione israeliana delle Alture del Golan nel giugno 1967. Ma un minimo sussulto rischia di far deragliare i contatti avviati.

Il quotidiano Haaretz peraltro, ha svelato un accordo tra Usa e Israele per la realizzazione nel deserto di Negev di un nuovo potente sistema radar anti missile nel territorio israeliano che sarà collegato alla rete di allarme satellitare Usa. In questo modo, Israele potrebbe individuare l’arrivo di un missile già a duemila chilometri di distanza, mentre l’attuale sistema permette l’identificazione a 800-900 chilometri. Si continua a lavorare alla pace, insomma. Ma la necessità di difendersi, è chiaro, resta per Israele una priorità.

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