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Cristiani, diplomazia e discriminazione

Giuseppe Caffulli
20 maggio 2008
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A fine marzo un sacerdote francescano, membro di un gruppo di pellegrini studenti di teologia a Roma, è stato respinto alla frontiera dai servizi di sicurezza israeliani. Pur avendo i documenti in regola, il sacerdote è stato rispedito a Roma. Unica colpa: essere cittadino del Pakistan, Paese a maggioranza musulmana che non ha rapporti diplomatici con Israele.

Lo stato di perenne tensione con i Paesi a maggioranza musulmana crea una situazione davvero paradossale per le minoranze cristiane, che non possono recarsi in Israele neppure per questioni religiose. Se si escludono Giordania, Egitto, Turchia, Mauritania e Albania, Israele non viene riconosciuto da nessun Paese a maggioranza musulmana.

Ad oggi sono una trentina (31 per l’esattezza, comprese Cuba e Corea del Nord) le nazioni del mondo che non hanno relazioni ufficiali con lo Stato ebraico. Tra questi Paesi ve ne sono alcuni nei quali la presenza cristiana è tutt’altro che trascurabile. Basti pensare al Sudan (circa 3 milioni di fedeli), alla Siria (almeno 750 mila), all’Iraq (circa mezzo milione), al Libano (un milione e 300 mila), al Pakistan (10 milioni).

Il riconoscimento d’Israele e l’avvio di rapporti diplomatici in cambio della pace con i palestinesi, del ritiro israeliano dai Territori occupati e del ritorno dei profughi (in pratica la proposta dell’Arabia Saudita ribadita nel Vertice della Lega araba di Damasco a fine marzo) significherebbe anche per milioni di cristiani la fine di un’inammissibile discriminazione.

I cristiani pakistani stanno facendo pressione perché il governo di Islamabad arrivi a stabilire pieni rapporti diplomatici con Israele. Nel 2004 si era aperto un piccolo spiraglio, subito sbarrato dalle frange fondamentaliste pakistane. Ora, nell’anno del sessantesimo dalla nascita di Israele, qualcuno torna a sperare.

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