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Conversioni e identità, il tabù dell’islam

Paolo Branca
20 maggio 2008
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Nonostante il termine «proselitismo» continui a godere di poca stima, negli ultimi tempi si è tornati a parlare – o forse sarebbe meglio dire a polemizzare – a proposito di «conversioni».

Benché il cammino intimo che conduce ad abbracciare una determinata fede religiosa sia qualcosa di molto personale, è inevitabile che il tema si presti ad essere interpretato in una dimensione storica più generale, e quindi ad essere puntualmente accompagnato da reazioni che, a seconda della parte da cui provengono, possono assumere prevalentemente toni di esaltazione o di denigrazione. Nel caso di passaggi dal cristianesimo all’islam e viceversa, l’alto grado di conflittualità che ha a lungo opposto i due mondi anche sul piano politico e militare ha contribuito a rendere questi fatti ancor più carichi di significati simbolici e implicazioni che vanno ben oltre il singolo caso. Di recente si è prodotto però un notevole scarto tra l’Occidente e le altre aree del mondo: mentre infatti la scelta per una fede religiosa o per l’agnosticismo è sempre più diventata un’opzione strettamente personale nel quadro di una società secolarizzata e pluralista, altrove essa ha mantenuto quei caratteri identitari totalizzanti che anche da noi aveva in precedenza e che conserva, ad esempio, nei Balcani dove l’adesione all’ortodossia o al cattolicesimo fa ancora parte di qualcosa che caratterizza un’appartenenza anche etnica e non rientra nel novero delle scelte indolori rispetto al gruppo di cui si fa parte.

Per quanto riguarda l’islam, è noto che l’apostasia non è ritenuta solamente un peccato, ma anche una forma di reato che almeno in linea teorica prevederebbe la pena capitale, anche se solo in  alcuni Paesi essa è realmente e raramente applicata. Non siano di poco conto le conseguenze relative ai diritti civili e alla capacità giuridica del soggetto che vi incorre, oltre alla disapprovazione da parte del gruppo originario che sfocia in un aperto ripudio e in ritorsioni talvolta estreme. Una volta trasferiti in un differente contesto, sono relativamente più numerosi anche i musulmani che si sentono liberi di cambiare religione. Il loro numero è comunque ristretto, ma il tabù è infranto proprio perché viene a mancare il controllo sociale, la cogenza di regole non sempre scritte ma non per questo meno efficaci che condizionano la vita dei singoli laddove il gruppo di appartenenza conserva prepotentemente la sua capacità di influire sulla vita dei suoi membri. Il risveglio del fattore religioso, che sta interessando il mondo intero e non soltanto l’area musulmana, sta creando un’atmosfera nella quale le conversioni possono facilmente tornare ad essere strumentalizzate per fini che esulano dallo spirito di un’autentica religiosità. Un atteggiamento sobrio e rispettoso di fronte alle conversioni mi pare debba accompagnare una più ampia reciproca richiesta di «portare gli uni i pesi degli altri».

Analogamente, troppe situazioni di discriminazione che generano dolore, recriminazione ed abbandono delle terre d’origine interessano un numero crescente di cristiani arabi. L’indifferenza o la riproposizione di letture apologetiche della pretesa tolleranza islamica da parte dei musulmani che vivono in Occidente risulta sempre meno accettabile. Fintanto che il  destino dei loro connazionali, della medesima lingua e cultura, ma di confessione religiosa diversa non li interesserà, ci sarà ben poco da sperare per lo sviluppo della società civile nei loro Paesi d’origine. La loro voce sarebbe invece di fondamentale importanza per produrre una diversa sensibilità rispetto a questo dramma nei Paesi a maggioranza musulmana.

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