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Una risoluzione della commissione Esteri del Congresso statunitense sul genocidio degli armeni all'inizio del secolo scorso.

Tra Washington e Ankara scoppia la «bomba» armena

Paolo M. Alfieri
19 novembre 2007
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Tra Washington e Ankara scoppia la «bomba» armena
Erevan, Armenia. Il mausoleo dedicato alle vittime del genocidio. (foto L. Senigallesi)

Ignorando le pressioni di quanti avrebbero preferito bloccare il documento, per ragioni ideologiche o di realpolitik, la commissione Esteri della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato il 10 ottobre, con 27 «sì» e 21 «no», una risoluzione che riconosce come «genocidio» i massacri subiti dagli armeni da parte dell’Impero Ottomano durante la Prima guerra mondiale. È stato il deputato democratico Adam Schiff a raccogliere le firme di oltre metà dei 435 membri della Camera, tra i quali la presidente Nancy Pelosi, per sottoporre il testo alla commissione ottenendo un risultato da tempo atteso dalla comunità armena negli Usa.

Si prevede che la risoluzione sia discussa presso l’assemblea plenaria del Congresso attorno alla metà di novembre. Il documento chiede al presidente George W. Bush – contrario al testo perché preoccupato dei risvolti nei rapporti con la Turchia – di usare la parola «genocidio» quando ad aprile terrà il messaggio annuale sulle stragi. Tra i predecessori di Bush, solo Reagan ha usato quel termine riferendosi ai massacri subiti dagli armeni.

La «svolta» impressa dal sì della commissione Esteri è stata accolta positivamente dalle Chiese d’Oriente e dalle autorità armene, per le quali il genocidio resta una ferita difficile da rimarginare, anche a causa della continua opposizione della Turchia, erede dell’Impero Ottomano, al suo pieno riconoscimento.

Il presidente armeno Robert Kocharin ha sottolineato che «se la Turchia ha adottato una posizione negazionista non vuol dire che possa obbligare altri Paesi a negare allo stesso modo la verità storica». Lo stesso Kocharin, durante un incontro con l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera e di sicurezza Javier Solana ha auspicato che possa presto arrivare dagli Usa il «pieno riconoscimento» al genocidio.

Il cammino della risoluzione non sarà però semplice, anche a causa delle pressioni contrarie della Casa Bianca, che nella Turchia ha un partner strategico (per i cieli turchi transita ben il 70 per cento dei cargo aerei Usa diretti in Iraq). La posizione morbida verso Ankara si è vista anche nelle scorse settimane, in occasione delle iniziative militari turche nel Kurdistan. Con il suo voto, però, la commissione Esteri ha dimostrato, secondo gli osservatori, di saper distinguere tra i calcoli del pragmatismo politico e l’importanza di ribadire una verità storica spesso offuscata.

Quello armeno rappresenta il primo massacro su basi etniche del Novecento. A perdere la vita nel 1915 durante una deportazione di massa dall’Anatolia orientale verso la Mesopotamia furono 1,5 milioni di armeni, i due terzi della comunità allora residente nell’Impero ottomano. Una tragedia già riconosciuta nel 1985 dalla sottocommissione Onu per i Diritti umani e nel 1987 del Parlamento europeo. Tra i Paesi Ue ad aver riconosciuto il genocidio la Francia, il Belgio, la Svizzera e la Grecia.

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