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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia
Viene naturale associalre la figura di san Francesco all'episodio del presepe di Greccio. Rileggendo appare chiaro come la «memoria» della nascita del Cristo sia legata all'Eucaristia.

Far memoria del Bambino di Betlemme

Cesare Vaiani ofm
19 novembre 2007
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Far memoria del Bambino di Betlemme
L'evento di Greccio in un dipinto del pittore Piero Casentini (dal volume I colori del Vangelo, Milano 2006)

Quando pensiamo al modo in cui Francesco d’Assisi vedeva il Natale, immediatamente ci viene in mente l’episodio del Natale di Greccio, con quella sacra rappresentazione che molti considerano il primo presepio. Vogliamo ripercorrere brevemente il racconto di quel Natale, come viene proposto da Tommaso da Celano, il primo biografo di Francesco, che scrive solo due anni dopo la sua morte: è una narrazione densa e profonda, che offre occasioni di riflessione e che va ben al di là del semplice raccontino devoto, con cui forse viene spesso identificata.

Va notato che il racconto viene introdotto da una affermazione impegnativa, che riconduce anche questo episodio alla passione di Francesco per il Vangelo: «La sua intenzione più alta, il suo desiderio dominante, il suo proposito supremo era di osservare in tutto e per tutto il santo Vangelo e di seguire e imitare perfettamente la dottrina e le orme del Signore nostro Gesù Cristo. Si ricordava con assidua meditazione delle sue parole e coltivava con acuta considerazione le sue opere. Soprattutto l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione occupavano la sua memoria, tanto che difficilmente voleva pensare ad altro» (1 Cel 84: Fonti Francescane (FF) 466).

Il biografo nota acutamente che anche a Greccio Francesco non vuol far altro che vivere il Vangelo; e sottolinea che due aspetti avevano colpito particolarmente Francesco: «L’umiltà dell’incarnazione e la carità della passione». Lo sguardo all’incarnazione spiega l’episodio di Greccio, e l’attenzione alla passione spiegherà l’episodio delle stimmate, che non a caso segue da vicino il nostro brano, nel racconto di Tommaso da Celano. Questa solenne introduzione, dunque, serve a collocare correttamente il racconto che segue: non si tratta solo di un poetico racconto destinato a commuovere, ma della rigorosa riaffermazione del primato del Vangelo.

Notiamo anche una parola che è subito emersa, e che ritornerà altre volte nelle righe seguenti del testo: la parola memoria, che è centrale per capire quello che Francesco vuol fare. Egli infatti, rivolgendosi al nobile amico  proprietario del luogo di Greccio, così spiega la sua intenzione: «Se desideri che celebriamo a Greccio la presente festa del Signore, affrettati a precedermi e prepara diligentemente quanto ti dico. Voglio infatti far memoria del Bambino che è nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come fu posto sul fieno tra il bue e l’asino» (1 Cel 84: FF 468).

Francesco dunque vuol far memoria: si tratta di un atteggiamento tipicamente biblico, per cui il credente rievoca, con la narrazione, col canto, con la preghiera, le opere compiute da Dio, e riesce in certo senso a riviverle, per sperimentare nuovamente, nel momento presente, l’intervento del Dio che salva. La memoria del passato intervento di Dio sostiene la fede nella possibilità che anche oggi Dio intervenga nella nostra storia e ci porti aiuto: si tratta di quell’atteggiamento, che ricorre come un ritornello nell’Antico Testamento: «Ricorda, Israele!».

La memoria di Francesco ha un oggetto preciso: il «Bambino che è nato a Betlemme», con la sottolineatura del desiderio di «vedere con gli occhi del corpo» le condizioni della sua nascita. Ritroviamo in questa volontà di Francesco un tratto caratteristico della sua personalità, che ama la concretezza, il gesto, l’azione drammatica, e non si accontenta di astrazioni o di soli pensieri, ma privilegia l’agire e l’operare. Francesco vuol vedere con gli occhi del corpo: non ha paura dei sensi, li usa fino in fondo, e li orienta a vedere colui che è al centro del suo interesse, cioè il Signore nato a Betlemme.

Il racconto del biografo procede con la narrazione della veglia solenne di quella notte, in cui egli sottolinea la presenza di molti frati e molti fedeli, convenuti da varie parti; il racconto intreccia i riferimenti alla luce (dei ceri, delle fiaccole, ma anche della stella di Betlemme), con l’eco dei suoni, dei cori festosi e dei sospiri di gioia di Francesco, per giungere alla descrizione della disposizione del luogo, in cui è preparata una mangiatoia, con accanto il bue e l’asino, su cui celebrare l’eucaristia.

Notiamo che il presepio di Greccio si presenta con questa singolarità: non vi si trovano le statue dei protagonisti, ma la ricostruzione del luogo (la mangiatoia e la stalla con gli animali) e la celebrazione della messa. Il riferimento all’eucaristia è centrale nell’episodio di Greccio, e ci aiuta a capire qualcosa del modo in cui Francesco viveva il Natale: per lui, l’incarnazione si ripete, in certo modo, ogni volta che celebriamo l’eucaristia. Egli stesso usa questo parallelo tra incarnazione ed eucaristia in uno dei suoi scritti: «Ecco ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote» (Ammonizione 1°, 16-18: FF 144). Anche a Greccio è l’eucaristia che realizza la presenza di Gesù e rende quel gesto qualcosa di assolutamente singolare: non solo una rappresentazione, pur sacra, e nemmeno un presepio, visto che non ci sono le statue, ma in certo modo la ripetizione sacramentale dell’evento del Natale. Il «far memoria» di Francesco raggiunge la densità del «fate questo in memoria di me» detto da Gesù nell’ultima cena e ripetuto ogni volta nella messa.

Il racconto prosegue narrando la celebrazione vera e propria, durante la quale Francesco canta il Vangelo, «perché era diacono»; si tratta dell’unica volta, in tutte le fonti francescane, che si ricorda il diaconato di Francesco, che alcuni studiosi mettono in discussione, proprio per l’esiguità di riferimenti espliciti.

Anche se non siamo certissimi del diaconato di Francesco, possiamo essere certi che egli aveva una bella voce: «Egli canta con voce sonora il santo Vangelo. Ed ecco la sua voce, voce  forte, voce dolce, voce chiara, voce sonora, che invita tutti ai premi celesti. Poi predica al popolo circostante e dice parole dolcissime della nascita del Re povero e di Betlemme città piccolina» (1 Cel 86: FF 470). Si noti, in questo testo, non solo l’insistenza sulla voce, che pare quasi di sentire, per via di quelle ripetizioni che ne sottolineano la qualità, ma anche la finezza nel rievocare il contenuto delle parole di Francesco: il Re è povero e Betlemme è città piccolina. La povertà e la piccolezza, tanto care al Poverello e alla sua spiritualità, emergono in queste parole e sono l’aspetto della nascita di Gesù che colpisce maggiormente Francesco.

Il racconto continua, avvincente, e aggiunge particolari che non si potrebbero inventare e che corrispondono perfettamente al carattere e alla spontaneità di Francesco: «Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù, infervorato di grande amore, lo chiamava "Bambino di Betlemme", e dicendo "Betlemme" (Bethlehem) al modo di un belato di pecora riempiva la propria bocca di voce, ma ancor più di dolce affetto. Quando diceva "Bambino di Betlemme" o "Gesù", quasi passava la lingua sulle labbra, gustando con felice palato ed inghiottendo la dolcezza di quelle parole» (1 Cel 86: FF 470).

Se proviamo anche noi a ripetere la parola latina Bethlehem riusciremo senz’altro a imitare il belato della pecora, e forse anche a gustare la dolcezza delle parole: certamente emerge una immagine di Francesco «attore», nel senso nobile del termine, capace di rendere azione ogni parola del Vangelo, uomo veramente pieno dello Spirito del Signore e soprattutto della sua santa operazione, per usare la sua stessa espressione. Tra le caratteristiche più significative di Francesco, infatti, sta questa attitudine drammatica, per cui egli privilegia l’azione, e per capire la parola stessa del vangelo ha come bisogno di metterla in pratica, per ascoltarla meglio. L’agire è fondamentale, non solo come espressione di convinzioni e come obbedienza alla parola di Dio, ma ancor più profondamente come spazio in cui capire meglio quello che la parola vuol dire. È il senso di questo episodio di Greccio: Francesco non si limita ad ascoltare il vangelo della natività, ma lo mette anche in pratica, attraverso una azione «sceneggiata», convinto che in tal modo può intendere meglio quello stesso vangelo. E possiamo essere certi che alla fine della veglia, dopo quella notte, sia Francesco che tutti gli altri presenti potevano avere una comprensione nuova del Vangelo della natività.

Forse questa nuova comprensione viene evocata anche dalla conclusione del racconto, con la «mirabile visione» di uno dei presenti, che vede Francesco ria ni mare un misterioso bambinello che giaceva nella mangiatoia, ridestandolo da un sonno profondo. L’accorgimento della «visione» è un tratto tipico delle agiografie per interpretare un fatto: qui la visione di un anonimo «uomo virtuoso» ha proprio la funzione di esplicitare il significato del gesto compiuto da Francesco. Tale significato è riconosciuto nella nascita di Gesù nel cuore di ogni uomo e in particolare nella memoria di ciascuno: e ci accorgiamo così che davvero il far memoria di Francesco ha raggiunto il suo scopo, come dice acutamente il suo biografo: «Né questa visione era fuori luogo, perché il fanciullo Gesù era stato abbandonato alla dimenticanza nel cuore di molti, e per grazia di Dio fu risuscitato in costoro per mezzo del suo santo servo Francesco e fu impresso nella loro memoria amante». (1 Cel 86: FF 470).

Alcune brevi considerazioni possono nascere da questa rilettura del testo famoso di Tommaso da Celano. Emerge anzitutto la centralità del Vangelo, che è la centralità di Gesù, contemplato da Francesco in particolare nell’umiltà dell’incarnazione e nella carità della passione. La spiritualità francescana può essere compresa solo riconducendola al suo fondamento evangelico, con la sottolineatura che la caratterizza: l’abbassamento del Signore nel dono di sé.

Tale abbassamento è il senso della povertà di Gesù, che tanto colpisce Francesco, che vuol vedere con gli occhi del corpo i di sagi del neonato bambino. La povertà radicale, per Francesco, è quella del Figlio di Dio nell’incarnazione, che «volle scegliere in questo mondo, insieme alla beatissima Vergine, sua madre, la povertà» (Lettera ai fedeli 5: FF 182). Lasciarsi conquistare da  tale povertà di Gesù è la via per essere più poveri, come Francesco.

Abbiamo sottolineato anche l’importanza della parola memoria e dell’attitudine del far memoria e del sottrarre dalla dimenticanza. È un compito essenziale della fede (che per certi versi è proprio un far memoria). Il rischio dell’oblio è attualissimo, moderno: conosciamo bene la superficialità, l’esteriorità, l’incapacità di fermarsi che spesso caratterizzano la vita moderna travolta dagli impegni. Molto saggio questo invito a fermarsi e a far memoria.

Ed infine possiamo notare l’importanza del vedere con gli occhi e addirittura rappresentare, con un pieno coinvolgimento dei sensi: la vista (luce), l’udito (canti), il tatto (il bimbo risvegliato), il gusto (le labbra). Francesco ci invita ad un coinvolgimento totale, anche dei sensi, ed a lasciare un giusto posto ai sentimenti, alla celebrazione festosa, alla bellezza della povertà. Riusciremo a farlo nel nostro Natale?

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