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«La fuga dei cristiani dall’Iraq è una sciagura per tutto il Paese»

l'editoriale
7 maggio 2007
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Drammatiche, sempre più drammatiche, le notizie che ci giungono dall’Iraq. «Trovate una via, un modo per salvarci, la Chiesa in tutto l’Iraq è in grande pericolo, supplichiamo il Vaticano di muoversi e portare la nostra voce al mondo». L’appello è di mons. Rabban al Qas, vescovo caldeo di Amadiyah ed Erbil. «I cristiani stanno morendo, la Chiesa sta scomparendo sotto i colpi di persecuzione, minacce e violenze da parte di estremisti che non danno scelta: o la conversione o la fuga», gli fa eco mons. Louis Sako, arcivescovo caldeo di Kirkuk.

La situazione dei cristiani a Baghdad è tragica. Gruppi armati chiedono ai cristiani l’immediata conversione all’islam. Le alternative sono la fuga e la confisca dei beni. Molti di questi cristiani – ne abbiamo parlato altre volte – sono sfollati in Siria, Giordania e Turchia. Il loro futuro non è certo quello di un ritorno a breve. E per molti si profila una vita in esilio.  «Non possiamo più tacere – dice ancora mons. Sako -. Bisogna ricordare alla comunità musulmana in Iraq e a tutto il mondo l’importanza della presenza cristiana nel Paese».

Capita quotidianamente ormai che i cristiani vengano presi di mira dagli islamismi radicali, non possano professare la fede liberamente, alle donne venga imposto il velo e che vengano fatte sparire le croci dalle chiese. «Costringere i cristiani alla fuga porta al deterioramento del concetto di coesistenza e alla distruzione culturale, civile e religiosa di un mosaico di etnie e religioni di cui l’Iraq è considerato la culla».

I vescovi iracheni chiedono con forza alle autorità religiose e politiche un impegno speciale per il Paese. E invitano i cittadini iracheni alla solidarietà e alla concordia, perché «non esiste salvezza senza unità».

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