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Il recente saggio di uno storico di origine ebraica sui «Giusti delle Nazioni»

Gli arabi che salvarono gli ebrei dall’Olocausto

Giorgio Bernardelli
2 marzo 2007
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Gli arabi che salvarono gli ebrei dall’Olocausto
Nella teca di un museo il bagaglio di un ebreo deportato in un campo di concentramento nazista.

Si è parlato molto, e giustamente, in questi mesi della conferenza degli storici negazionisti svoltasi a Teheran davanti agli occhi delle telecamere di tutto il mondo. Si è parlato molto anche delle risposte da dare a questo tipo di fenomeni, compresa quella di dichiarare fuori legge chi contesta la storicità della Shoah. Ed è in questo dibattito, ma da una prospettiva assolutamente originale, che si inserisce un libro pubblicato all’inizio di novembre negli Stati Uniti dalla storico di origine ebraica Robert Satloff. Un volume che non è esagerato definire una piccola svolta. Perché Among the Righteous, pubblicato a New York dalle edizioni PubblicAffairs, è il frutto del primo studio veramente approfondito sul comportamento degli arabi durante la Shoah.

Tema incandescente. Perché l’immagine di Haj Amin al Husseini, l’allora gran muftì di Gerusalemme, che sfila a Berlino tra le bandiere naziste, è infatti il grande punto di riferimento a partire dal quale in buona parte del mondo ebraico è stata postulata una continuità tra il nemico di ieri e quello di oggi. Ma, storicamente, nel mondo arabo degli anni Quaranta, ci fu solo Haj Amin al Husseini? È quanto il libro di Satloff si propone di indagare. A partire anche da una seconda constatazione: tra gli oltre ventimila eroi ai quali a Gerusalemme lo Yad Vashem ha riconosciuto il titolo di «Giusti tra le nazioni» non c’è nemmeno un arabo. Ma è possibile – si chiede l’autore – che davvero, dopo aver vissuto fianco a fianco per secoli, non ci sia stato nemmeno un arabo che si sia prodigato per salvare degli ebrei? E andare a riscoprire la sua storia non sarebbe oggi la risposta più potente ai negazionisti?

È lasciandosi guidare da queste domande che, subito dopo l’11 settembre 2001, Satloff si è trasferito in Marocco, dove ha condotto una lunga serie di ricerche sul campo. Studi che hanno permesso di far luce su una parte semi-dimenticata della Shoah: le persecuzioni subite dagli ebrei anche in Tunisia, Marocco, Libia e Algeria dove le truppe naziste, i gerarchi fascisti e la Francia di Vichy esportarono le leggi razziali. Qui non si arrivò alla soluzione finale, sostanzialmente per motivi logistici. Ma centinaia di ebrei morirono lo stesso nelle decine di campi di lavoro allestiti nel deserto. In tutto questo, che ruolo ebbero gli arabi? La risposta di Satloff è che si comportarono esattamente come gli europei: un gruppo collaborò attivamente nelle persecuzioni, a volte superando addirittura per zelo i nazisti; la grande maggioranza restò colpevolmente indifferente; alcuni si diedero da fare per proteggere gli ebrei.

Ma per lo storico americano oggi sono proprio queste ultime storie le più importanti da riscoprire. E in Among the Rigtheous ne racconta alcune estremamente significative. Ad esempio quella di Khaled Abdelwahhab, che nella cittadina tunisina di Mahdia, una notte portò in salvo e nascose nella sua casa di campagna fino all’arrivo delle truppe alleate la famiglia dell’amico ebreo Jacob Boukris, essendo venuto a sapere che i soldati tedeschi avevano messo gli occhi sulle donne di casa. Una storia appresa dalla figlia di Jacob Boukris, Anny, che aveva risposto a un annuncio fatto pubblicare da Satloff su una rivista ebraica. Un racconto che, grazie a una lunga intervista filmata in una casa di riposo della California poche settimane prima della morte di questa testimone, è oggi all’attenzione dello Yad Vashem e potrebbe aprire la strada al primo storico riconoscimento di un Giusto tra le nazioni arabo.

Ma quella di Anny non è l’unica storia raccontata da Satloff. Ad esempio c’è anche quella di Si Ali Sakkat, già sindaco di Tunisi, che aprì le porte della sua villa di Zaghouan a sessanta prigionieri ebrei fuggiti da un vicino campo di lavoro. Una vicenda riportata negli anni Cinquanta in ben due libri di memorie della comunità ebraica tunisina, ma poi dimenticata da tutti perché «politicamente scorretta» sia per gli arabi sia per gli ebrei. Sorte analoga a quella toccata ai fatti della moschea di Parigi, dove una serie importante di indizi sembrerebbe rendere attendibile il racconto secondo cui l’imam Si Kaddour Benghabrit avrebbe nascosto negli scantinati numerosi ebrei maghrebini e fornito loro certificati falsi attestanti un’identità musulmana.

«Ci sono stati – si chiede Satloff nelle pagine finali del libro – degli arabi che hanno salvato degli ebrei? E se davvero degli arabi hanno salvato degli ebrei, non è questa una risposta positiva, costruttiva agli arabi che negano l’Olocausto? A mio parere – risponde lo storico americano – la risposta a entrambe queste domande è sì. E nel corso delle ricerche per questo libro sono giunto alla triste conclusione che ci sono due principali ragioni per cui nessun arabo è stato mai incluso nella lista dei Giusti: la prima è che molti arabi (o i loro eredi) non hanno voluto finirci; la seconda è che gli ebrei non li hanno cercati. Credo che la ricerca realizzata per questo libro abbia solo scalfito la superficie di ciò che potremmo scoprire sulla storia dell’incontro arabo con l’Olocausto, in generale, e sul ruolo degli eroi arabi in particolare». Grazie a Satloff la strada adesso è aperta.

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