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Si è svolto presso il nostro centro di Milano, sabato 4 febbraio, un incontro per ricordare l'eredità spirituale del fondatore di Nevé Shalom a dieci anni dalla morte. L'impegno dei suoi «figli» per la riconciliazione e il dialogo.

Bruno Hussar profeta dei nostri tempi

Giuseppe Caffulli
15 aprile 2006
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Non temete. Non vi abbandonerò. Vi proteggerò dal cielo». L’emozione è forte in sala, quando  ricorda le ultime ore di vita di padre Bruno Hussar, morto a Nevé Shalom l’8 febbraio 1996. Una lacrima scende sulle gote di quest’uomo di mezza età, ebreo di origine tedesca, uomo di teatro, uno tra i primi a credere nell’utopia di un villaggio dove ebrei e palestinesi, cristiani e musulmani, potessero vivere in pace e in dialogo. Sabato 4 febbraio, presso la Sala conferenze del Centro di Terra Santa di Milano, si sono dati convegno tanti amici e estimatori di Bruno Hussar per fare memoria della sua eredità spirituale e per condividere il dono di aver conosciuto un uomo definito dal cardinale Martini «un profeta di riconciliazione e pace».

Ha iniziato a raccontare Rayek Rizek, cristiano arabo israeliano, attuale sindaco del villaggio della pace: «Mi sono trasferito a Nevè Shalom nel 1984. Ho vissuto con lui per 12 anni, ma mi sono reso pienamente conto della grandezza del suo personaggio solo dopo la sua scomparsa. Più vivo nella realtà del villaggio e più mi rendo conto dell’importanza dell’intuizione del nostro fondatore: una convivenza basata sulla conoscenza dell’altro e sull’ascolto, senza la volontà di imporre al vicino la propria verità. Quello che ha permesso alla comunità di nascere e crescere è stato un incontro senza precondizioni e precomprensioni. Sono convinto che Israele e Palestina non possano oggi prescindere dall’esperienza di Nevé Shalom.

«Il seme lanciato da padre Hussar resiste e dà frutti», interviene Shai Shwartz. «La forza del suo insegnamento sta nella tolleranza e nella capacità di perdono, che ha infuso in tutti noi che siamo suoi figli. Oggi io avverto la sua presenza qui in mezzo a noi. Avverto la sua forza e la sua luce, lui che è riuscito a trasformare una pietraia – così era la collina di Nevé Shalom agli inizi – in un giardino di riconciliazione e dialogo. Padre Bruno non ebbe una vita facile, e dovette lottare non poco per affermare il suo sogno. Ma quando si trovò al culmine della crisi, fece una cosa ugualmente inaudita: sfidò Dio, gli chiese di dargli un segno. Con Dio padre Bruno ha stipulato un doloroso contratto, che lo ha impegnato tutta la vita a portare avanti una realtà profetica, che afferma la necessità di sperare contro la speranza stessa»

«Io non ero lì negli anni iniziali del villaggio – riprende Rayek Rizek – ma ho sentito le testimonianze e ho letto gli scritti di padre Bruno. La forza lo ha guidato è ben visibile nel suo testamento: "Qui a Nevé Shalom abbiamo uno scopo: la riconciliazione tra i nostri due popoli. Per raggiungere questo scopo abbiamo bisogno di operare per raggiungere una comprensione reciproca. Questo significa Amore". In virtù di questo Amore, che traspariva dai suoi occhi e dai suoi gesti, la sua utopia ancora oggi prosegue. Se in qualche modo in Terra Santa ci sarà la pace, sarà attribuibile anche alla sua testimonianza di uomo e di cristiano».

Dopo gli ospiti da Nevé Shalom, si sono alternate le testimonianze degli amici italiani: Franca Fabris, Brunetto Salvarani, padre Domenico Milani (missionario saveriano per anni direttore di Cem Mondialità), Pietro Lazagna. Tutti hanno messo in evidenza il grande contributo offerto da padre Bruno al dialogo tra i popoli e le religioni in conflitto nella martoriata Terra Santa. «Chi ha avuto occasione di conoscere e collaborare con padre Hussar – ha concluso Bruno Segre, presidente dell’Associazione Amici di Nevé Shalom – non può fare meno di ringraziare e di riconoscere che, per la nostra vita, quest’uomo ha saputo essere un dono».

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