Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Il Vangelo «verbo» del cambiamento

fra Matteo Brena ofm
1 settembre 2022
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Il Vangelo «verbo» del cambiamento
Duccio di Buoninsegna, Sulla strada verso Emmaus (particolare), 1308–1311, Museo dell’Opera del Duomo, Siena

Cristo compie un percorso di ritorno al Padre per dare a noi l’opportunità di sentirci a casa. Siamo noi ad avere bisogno di essere toccati dalla sua Parola e rimessi in movimento da un «verbo della vita». Il pellegrino lo comprende bene.


Ogni volta che ci mettiamo in ascolto del Vangelo, non solo abbiamo la possibilità di conoscere i tratti significativi della vita di Gesù, che ogni autore ha voluto consegnare a una specifica comunità, ma ci viene raccontato un percorso che parte dalla grotta di Betlemme e rivela progressivamente il volto del Figlio di Dio fino ad arrivare alla tomba vuota di Gerusalemme – segno della sua vittoria sulla morte. Per Gesù Cristo, questo percorso è il cammino di ritorno al Padre, per l’ascoltatore è l’opportunità di «sentirsi a casa» e abitare una storia di Salvezza sentendosi parte di essa. Questo è il senso della vita di ogni uomo.

L’esistenza terrena infatti è un cammino di preparazione ad abitare una dimora che la tradizione cristiana chiama Cielo. E per far questo non è sufficiente acquisire delle nozioni, ma è necessario vivere un’appartenenza.

L’Antico Testamento narra la storia del graduale esporsi di Dio dentro la vicenda di un popolo per rivelargli il suo volto facendosi incontrare. È un racconto bello, avvincente, vitale, coinvolgente, a volte cupo, a tratti violento, a volte difficile da capire. Coloro che lo hanno incontrato: Abramo, Mosè, i profeti ci narrano e consegnano attraverso la loro vicenda personale il sapere di Dio.

Il Vangelo, invece, sprona a compiere un passaggio decisivo: dal parlarsi tra Dio e l’uomo al condividere lo spazio e la vicinanza dei corpi. Il suo scopo è introdurre l’ascoltatore all’esperienza divina. Questo è il desiderio del Padre e perché si compia è necessario alzarsi e seguire suo Figlio, facendosi coinvolgere senza reticenze nel suo sguardo d’amore.

Con l’Incarnazione, infatti, Dio non solo si fa vicino all’uomo, ma cerca un incontro, un contatto che apre a un’esperienza totalizzante. Chi incontra Cristo entra in contatto con il suo corpo e la sua parola che dà vita e forma a un atteggiamento nuovo e radicale nei confronti della quotidianità. La chiamata a questo atteggiamento nuovo non permette però attese o rimandi, ma esige una risposta immediata e dinamica. È movimento, che scaturisce da uno sguardo che si accompagna a una parola chiara: «Seguimi».

Ascolto, conversione e sequela sono così parte di un unico dinamismo che da Gesù, il maestro e Signore, passa a chi risponde a questo invito. Inizia così un discepolato che consiste nello stare, e indirizzare i passi, con Colui che precede, ascoltare la sua parola e i suoi insegnamenti, seguirlo nella sua missione fino a imitarne i movimenti e i gesti. È un lasciarsi preparare il cuore, gli occhi, l’udito per arrivare alla vera patria e sentirsi a casa. Questa verità, questo lasciare che Gesù prepari a una bellezza tanto grande, non avviene per magia o solo per un suo puro desiderio, ma richiede un’adesione del cuore e un cambiamento di vita.

Nella narrazione degli evangelisti Matteo, Marco, Luca e Giovanni, i verbi di movimento sono consegnati con premura non tralasciando le connotazioni spazio-temporali, il contesto, che non è solo indice della storicità dell’evento narrato. Spazio e tempo corrispondono infatti a una situazione esistenziale ben precisa che ogni uomo può vivere e nella quale l’ascoltatore può riconoscersi. Quel pescatore chiamato a Cafarnao, quella donna di Magdala liberata, quel paralitico di Gerusalemme rimesso in piedi siamo noi, bisognosi di essere toccati dalla sua Parola e rimessi in movimento da un «verbo della vita».

Comprendiamo questo più chiaramente quando viviamo l’esperienza del pellegrinaggio in Terra Santa. Il pellegrinaggio è tradizionalmente considerato un opus, una mite fatica dello spirito, la cui meta è la «casa del Signore»: per gli antichi il Tempio, per noi la nostra vita. Questo fare pellegrinaggio è grazia affascinante ed esigente, è dono e insieme compito. Visitando i Luoghi Santi, attraversando gli spazi carichi di odori o profumi, sentendo la fatica delle salite e la gioia delle discese e accompagnati dal brano evangelico che racconta quello che in quel luogo è avvenuto, il pellegrino sente che quello che si sta rievocando tra quelle antiche pietre, in quelle grotte o in quell’angolo di deserto, attraversa il tempo e lo spazio e lo raggiunge nel suo oggi, nella situazione esistenziale che sta vivendo e apre alla possibilità del cambiamento.

(L’autore è Commissario di Terra Santa per la Toscana)

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