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Caraiti, gli ebrei dimenticati

Claire Riobé
22 marzo 2021
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Caraiti, gli ebrei dimenticati
Ebreo caraita in preghiera. I piedi scalzi, la fronte a terra, le mani al suolo sono gesti analoghi a quelli della preghiera islamica. Le scritte in ebraico sui tessuti, tuttavia, confermano che ci troviamo in una sinagoga. (foto Yossi Zamir/Flash90)

Pregano scalzi, inginocchiati su tappeti, non riconoscono l’autorità dei rabbini, non si riuniscono in yeshivah, non vanno a pregare al Muro occidentale, ammettono le donne al culto. E soprattutto non riconosco la validità del Talmud. Chi sono dunque gli ebrei caraiti?


Conoscete i sefarditi, gli ashkenaziti, i mizrahim. L’ebraismo riformato e ortodosso potrebbero non avere segreti per voi. Potreste anche avere una certa dimestichezza con gli haredim, quegli ebrei ultraortodossi «timorosi di Dio» così numerosi a Gerusalemme. Ma avete mai sentito parlare degli ebrei caraiti?

Corrente religiosa per alcuni, setta per altri, il caraismo si formò in Mesopotamia all’inizio dell’VIII secolo d.C. e un saggio persiano fu tra i suoi promotori. La prima comunità caraita, che nacque in un contesto di fermento intellettuale e di conquista della regione da parte dell’islam, fu subito respinta dalle varie correnti rabbiniche dell’epoca. Ancora oggi, conserva alcune reminiscenze di quel periodo di disordini: i gesti di preghiera dei fedeli caraiti, che pregano seduti e in ginocchio sopra spessi tappeti, con il capo coperto, non possono che richiamare quelli dei musulmani.

Nei secoli che seguirono lo sviluppo della comunità, il caraismo si diffuse in Medio Oriente, nell’impero bizantino (l’attuale Turchia) e in Europa orientale, soprattutto in Crimea e in Lituania. Secondo alcune fonti, tra il IX e l’XI secolo sarebbe addirittura stato adottato da quasi il 40 per cento della popolazione ebraica mondiale. Oggi si contano circa 30 mila caraiti in Israele, suddivisi tra le città di Ramleh, Ashdod e Beer Sheva, e circa 10 mila nella Diaspora.

Fede nella legge scritta

I caraiti fanno risalire le proprie origini al Monte Sinai e si considerano i diretti discendenti della stirpe dei primi ebrei. Per la dottrina caraita gli ebrei rabbinici (largamente maggioritari in Israele e nel resto del mondo) discendono dai farisei e avrebbero «deviato» dalla Torah originaria, aggiungendo alla legge scritta una legge orale. Contrariamente ai loro vicini dell’ebraismo rabbinico, quindi, i caraiti considerano il testo biblico l’unica fonte della loro fede, e rifiutano la validità della legge orale (il Talmud). La fede caraita si basa sulla legge scritta, che comprende la Torah (o Pentateuco), i libri dei Profeti e gli scritti sacri (Ketuvim). È proprio questa devozione esclusiva alla Bibbia ebraica, senza alcuna eccezione, che è valso loro il nome di «caraiti», composto sulla radice di kara, leggere: i caraiti erano dunque i «lettori» della Bibbia per eccellenza. D’altro canto, per i fedeli caraiti è inconcepibile che la Torah scritta e il Talmud siano le uniche fonti di autorità dell’ebraismo, poiché in materia di interpretazione dei testi tra gli ebrei non ci sarà mai accordo. Gli ebrei caraiti, quindi, non si rifanno all’autorità di un rabbino ma fanno poggiare la propria fede sull’idea che ognuno debba assumersi la responsabilità della propria interpretazione e delle azioni che ne conseguono. Le buone azioni del credente, che scaturiscono dalla sua comprensione dei testi, costituiscono la sua ricompensa.

I caraiti non si riuniscono nemmeno in yeshivah, i centri per lo studio della Torah e del Talmud. Chi desidera studiare la Torah lo fa a casa, oppure segue un corso organizzato nell’ambito della propria sinagoga.

E non è tutto: poiché la Torah non indica regole precise quanto alla modalità di osservare i precetti (soprattutto per quanto riguarda i matrimoni, le circoncisioni, le sepolture, o ancora la macellazione degli animali), i caraiti hanno costruito nel corso dei secoli le proprie tradizioni religiose, trasmettendosele di generazione in generazione.

È stato così per lo Shabbat, ad esempio. Mentre gli ebrei rabbinici di sabato rispettano il divieto della Halakah di manipolare circuiti elettrici, i caraiti, dal canto loro, utilizzano senza problemi le lampadine.

Anche il ruolo della donna diverge molto rispetto all’ebraismo «tradizionale». Basandosi sul versetto di Genesi 1,27: «Maschio e femmina li creò», le donne della comunità caraita sono considerate uguali agli uomini, con pari diritti e doveri, e prendono parte attiva alle celebrazioni e all’esercizio del culto. A immagine di Sipporà (moglie di Mosè) con il figlio Gherson – cfr. Esodo 4,24-26 – possono celebrare il rito della circoncisione. Anche la loro testimonianza davanti ai tribunali religiosi, inoltre, è valida e ha lo stesso valore di quella di un uomo.

Una comunità a parte

A Gerusalemme esiste una comunità di 2-300 fedeli caraiti discreti, suddivisi tra una manciata di sinagoghe. Nei pressi del Muro occidentale, il quartiere ebraico della città vecchia ospita il più antico degli edifici ancora in uso, la magnifica sinagoga caraita, vero capolavoro dell’VIII secolo. In questo quartiere così emblematico, la presenza caraita è lungi dal passare inosservata.

Avi Yefet è il direttore del centro culturale per il patrimonio caraita annesso alla sinagoga. Proveniente da una famiglia caraita originaria di Ramleh (21 chilometri a sud-ovest di Tel Aviv), nel 2016 decide di stabilirsi in questo quartiere di Gerusalemme. Oggi si occupa di accogliere turisti e pellegrini di passaggio. «I rapporti non sono facili, in particolare con gli haredim, cui non piacciamo molto. Non tutti gli ebrei del quartiere rispettano questo luogo, non amano chi non la pensa come loro… ma in generale con tutti gli altri ebrei le cose vanno meglio, abbiamo rapporti cordiali», spiega appoggiando i gomiti alla scrivania.

Messianismo e cristiani sionisti

I caraiti stonano ancora di più nel quartiere perché, se da un lato considerano Gerusalemme come la città santa, dall’altro il Kotel (il Muro occidentale) non ha per loro alcuna dimensione sacra. «I caraiti non vanno a pregare al Muro. Per noi, il luogo più sacro è il Monte del Tempio, il sito dove sorgeva il Tempio di Gerusalemme, e che oggi ospita la Spianata delle Moschee. Noi il Tempio lo vogliamo ricostruire, ma questo non rientra nei piani degli altri ebrei perché ciò significherebbe per loro cambiare abitudini, il loro modo di vivere la fede. L’interpretazione e la legge orale ebraiche dicono che, quando il Tempio sarà ricostruito, gli ebrei dovranno seguire le leggi della Torah. Dubito sia ciò che vogliono…». Con tono disincantato, Avi prosegue: «A essere sinceri, tra di noi non parliamo della ricostruzione del Tempio, perché sappiamo che il governo israeliano non lo farà mai. Continuiamo a pregare e a sperare che questo avverrà, ma non ci aspettiamo nulla. Con un po’ di fortuna, quando il Messia arriverà, mostrerà agli altri ebrei la via caraita per ricostruire il Tempio».

Sarebbe proprio questa dimensione messianica del caraismo ad attirare certi cristiani di passaggio a Gerusalemme. Il direttore del centro, accogliendo ogni giorno turisti imbattutisi (per caso?) nella sua sinagoga, non può fare a meno di notarlo. Molti dei visitatori si presentano come protestanti evangelici. Se al contempo sono anche sionisti – il che è sempre più frequente tra i cristiani – credono anche che l’esistenza dello Stato di Israele sia un passo avanti verso il riconoscimento di Gesù Cristo come Messia in terra. Avi afferma addirittura di averne visti molti convertirsi al caraismo negli ultimi anni, anche se non saprebbe dire quanti.

Dimenticati dalla maggioranza degli ebrei, vicini ai musulmani nei riti della preghiera e ai cristiani evangelici nella dottrina, i caraiti non finiscono mai di sorprendere.


 

La preghiera del pio caraita

 

  1. In piedi – «Dovevano presentarsi ogni mattina per celebrare e lodare il Signore, così pure alla sera» (Primo libro delle Cronache 23,30).
  2. Prosternazione – «Ma temete il Signore, […] davanti a lui solo prostratevi e a lui offrite sacrifici […] venererete soltanto il Signore vostro Dio» (Secondo libro dei Re 17,36.39).
  3. Volto a terra – «Ma essi, prostratisi con la faccia a terra…» (Numeri 16,22); «Tutti si prostrarono a terra ed esclamarono: “Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!”» (Primo libro dei Re 18,39).
  4. In ginocchio – «Venite, prostràti adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati» (Salmo 94,6).
  5. In piedi con le braccia alzate – «Alzate le mani verso il tempio e benedite il Signore» (Salmo 133,2).
  6. In piedi, allargando le braccia – «Di te ha sete l’anima mia, […] come terra deserta, […] ti benedirò finché io viva, nel tuo nome alzerò le mie mani» (Salmo 62,2-5).
  7. Gli occhi rivolti al cielo – «A te levo i miei occhi, a te che abiti nei cieli» (Salmo 122,1).
  8. In ginocchio – «Tutti gli Israeliti, quando videro scendere il fuoco e la gloria del Signore sul tempio, si prostrarono con la faccia a terra» (Secondo libro delle Cronache 7,3).
  9. Inchino – «Tutto il popolo rispose: “Amen, amen”, alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore» (Neemia 8,6).

(traduzione di Roberto Orlandi)

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