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Betlemme, un tempo sospeso

Beatrice Guarrera
24 novembre 2020
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Betlemme, un tempo sospeso
Il sindaco di Betlemme, Anton Salman. (foto di Nadim Asfour/CTS)

La «capitale del Natale» vive una drammatica crisi economica che ha messo in ginocchio la popolazione. Nelle parole del sindaco della città, Anton Salman, e degli operatori economici, il quadro di quello che sta accadendo, i timori e le (poche) speranze di una possibile ripresa, una volta che sarà sconfitto il virus.


Tutte le previsioni dicevano che il 2020 sarebbe stato un anno di successo per il turismo e per i pellegrinaggi. Ci accingevamo a una serie di iniziative legate alla manifestazione Betlemme capitale della cultura del mondo arabo. Lavoravamo per la cerimonia di apertura che si sarebbe dovuta tenere il 4 aprile 2020, ma a causa della pandemia è saltato tutto».

Così il sindaco di Betlemme, l’avvocato Anton Salman, ci racconta le conseguenze dell’arrivo del Covid-19. Dal suo ufficio che si affaccia sulla piazza della Mangiatoia, sede della municipalità, si odono chiaramente le campane della basilica della Natività che scandiscono il passare delle ore e il muezzin della moschea poco distante, che richiama alla preghiera cinque volte al giorno. Sono ormai gli unici suoni a non essere cambiati, da quando la pandemia ha svuotato Betlemme della presenza dei visitatori. I negozi di souvenir e di articoli realizzati dagli artigiani locali sono sbarrati e la via della Stella, una delle vie commerciali più antiche di Betlemme, è vuota più che mai.

«A febbraio il coronavirus è entrato nella città, ma non sappiamo il giorno preciso – continua il sindaco –. Siamo stati informati che alcuni turisti da Grecia e Sud Corea erano risultati positivi e da lì abbiamo iniziato le nostre investigazioni per capire chi avessero incontrato. Dopo il 15 marzo abbiamo dovuto imporre restrizioni di movimento per contenere la pandemia». È una storia che assomiglia a quella di gran parte delle città del mondo colpite dal coronavirus, che hanno visto cambiare in poco tempo la vita di tutti i cittadini.

Se per alcuni mesi sembrava che Betlemme non avesse più contagiati, da luglio in poi si sono presentati nuovi casi di Covid-19. L’Autorità palestinese ha deciso di non imporre un nuovo lockdown, ma i danni che la pandemia mondiale ha provocato sono di portata immensa anche in Palestina.

In poche settimane gli arrivi dei turisti dall’estero si sono completamente arrestati. Le perdite dirette nel settore alberghiero si stimano intorno ai 145 milioni di dollari e a 7,5 milioni nella ristorazione, oltre a 85 milioni di mancati incassi per i proprietari di bus turistici. Complessivamente le perdite del comparto turismo in Palestina hanno superato i 320 milioni di dollari.

«In questo momento stiamo affrontando il grande fallimento della nostra economia – afferma Anton Salman –. Una delle fonti più importanti di reddito per Betlemme è il turismo e dunque anche la nostra città ha risentito fortemente dello stop ai viaggi in tutto il mondo. Molte persone sono disoccupate e tutte le imprese legate al turismo sono ora chiuse». Erano circa 32 mila i lavoratori dell’Autorità palestinese impiegati nel settore turistico, con oltre 10.300 famiglie legate ai servizi di trasporto, ospitalità, ristorazione e di guida turistica.

Ognuno di loro vive oggi nell’angoscia e dell’incertezza, visto che nessuno sa quando il settore turistico potrà riprendersi.

Betlemme, già sofferente a causa delle politiche di occupazione israeliana che impediscono ai palestinesi di uscire dalla Cisgiordania, stava vivendo – prima dello scoppio della pandemia – un momento di ottimismo.

Nel 2019 oltre tre milioni e mezzo di turisti avevano visitato la Palestina e i buoni risultati avevano incoraggiato gli investimenti per la costruzione di nuovi alberghi. Investimenti che, per il momento, non hanno portato che debiti.

«Da parte nostra non possiamo purtroppo offrire alla comunità locale nessun supporto economico – confessa il sindaco –. Anche la nostra municipalità sta affrontando forti difficoltà economiche. Una delle ragioni è che la gente non riesce a pagare le tasse al Comune. Inoltre, i turisti che utilizzavano i mezzi di trasporto pubblici e che spendevano soldi nella città, oggi non arrivano più. Il nostro dovere verso la comunità però continua, sapendo che abbiamo una responsabilità ancora più pesante di prima».

Sarà un Natale senza pellegrini, nessuno si illude del contrario.

Eppure, il comitato per le celebrazioni natalizie di Betlemme, già da ottobre si è riunito per organizzare gli eventi del 2020. «Non riceveremo pellegrini, perché sappiamo che servirà del tempo per tornare alla vita normale. Ma ci aspettiamo che il Natale sarà vissuto a livello locale e rispetteremo tutti i protocolli per proteggere la comunità da possibili contagi», afferma il primo cittadino. Così la cerimonia dell’accensione dell’albero di Natale di piazza della Mangiatoia, che apre ogni anno la stagione natalizia, sarà online e verrà trasmessa in streaming.

Il mercato di Natale in piazza si svolgerà come sempre, ma con un’attenzione al distanziamento sociale necessario. Un altro importante evento sarà l’ingresso del nuovo patriarca latino, mons. Pierbattista Pizzaballa, nella città di Betlemme, per cui si prevedono restrizioni di circolazione intorno alla piazza della Mangiatoia. «È un amico, a cui porto molto rispetto», afferma il sindaco di Betlemme parlando di mons. Pizzaballa, con cui ha avuto a che fare dai tempi in cui quest’ultimo era Custode di Terra Santa.

Anche Anton Salman, cristiano come è prassi che sia ogni sindaco di Betlemme, festeggerà il Natale, ma lo farà con accortezza, cercando di salvaguardare la salute di tutti: «Bisogna rendersi conto che è un tempo insolito per la città e che vanno rispettate le regole per combattere la pandemia. Dobbiamo proteggere la nostra piccola comunità».

«Nei tre anni trascorsi dall’inizio del mio mandato ho incontrato tanti politici, ma non ho voluto incontrare il presidente degli Stati Uniti Donald Trump», ci tiene a precisare. In questo 2020 nessuno è riuscito a fare visita a Betlemme, ma l’auspicio è che per il prossimo anno qualcosa possa cambiare. «Betlemme è la capitale del Natale e spero che nel futuro la gente possa tornare a visitare la nostra città, a pregare nei Luoghi Santi – continua –. Il sostegno dei visitatori ci aiuterà ad affrontare le sfide che sono il risultato dell’occupazione, delle colonie israeliane, delle ingiustizie che la nostra gente deve sopportare, a causa delle politiche israeliane nella regione e nei territori occupati. Crediamo che il ritorno dei visitatori potrà darci un grande sostegno economico e politico. Il nostro governatorato è molto piccolo e solo intorno a Betlemme abbiamo oggi ventitré insediamenti israeliani. È come un assedio».

È un quadro drammatico quello che emerge dai dati e dalle parole di Salman e basta camminare nelle strade della città per rendersi conto di quanto sia serio il momento di difficoltà che i palestinesi stanno attraversando.

I negozi adiacenti alla Piazza della Mangiatoia non fatturano più un centesimo e i proprietari si recano al lavoro ormai più in cerca di compagnia, più che di affari. «Non esistono associazioni di categoria che ci tutelino e tantomeno aiuti dallo Stato», spiega Rony Tabash, proprietario di un negozio di souvenir e oggetti di artigianato nei pressi della basilica della Natività; un’attività che da generazioni dà sostentamento alla sua famiglia e a molte altre. «Più di venticinque famiglie realizzano oggetti per il nostro negozio da oltre cinquant’anni anni, dai tempi in cui ha iniziato mio padre. Molti non hanno più da mangiare da quando è scoppiata la pandemia», spiega.

Per ogni oggetto che non viene più venduto, infatti, è una intera filiera a risentirne, fatta di famiglie al lavoro per commissione direttamente dalle proprie case. Come nel caso dei rosari in legno di ulivo di Betlemme, a cui contribuiscono ben cinque diverse famiglie: c’è chi realizza i grani, chi li monta sulla corda, chi dà forma alla croce, chi confeziona il pacchetto e chi li vende nel proprio negozio, come Rony. Per cercare di andare avanti nonostante l’assenza di pellegrini, Rony Tabash ha tentato di portare avanti tra i suoi contatti internazionali, attraverso WhatsApp e i social media, una vendita a distanza. «Ho venduto circa trentamila rosari per posta, con lo slogan Prega per il mondo con un rosario da Betlemme – aggiunge –. Prima di marzo lavoravo sedici ore al giorno nel mio negozio e ora mi ritrovo a non sapere come andare avanti. Nonostante tutte le difficoltà del passato, continuavamo ad avere speranza, ma questa pandemia ce l’ha tolta».

Al bar di proprietà dei francescani di Terra Santa, a pochi passi da piazza della Mangiatoia, le storie che si raccontano parlano ormai solo di disoccupazione e di famiglie disperate. I religiosi cercano di aiutare come possono, facendosi committenti di ordini di rosari e cercando di sostenere ancora la comunità locale. Fra Ananiasz Jaskólski, sacrestano della basilica della Natività, è uno di loro. «Anche noi frati in servizio alla Natività ora abbiamo solo il lavoro legato allo Status Quo in mattinata, con tutte le preghiere e celebrazioni quotidiane – spiega –. Non ci sono più tutte le messe da celebrare con i gruppi di pellegrini e per questo stiamo dando ora spazio ai gruppi di cristiani locali. Sono arabi, filippini, indiani e vengono da Giaffa, da Magdala e da altri luoghi della Terra Santa. Non avendo altre richieste, la Grotta della Natività rimane per molte ore a disposizione per la preghiera. Poi alle tre pomeriggio chiudiamo la basilica».

In questa situazione il ministero del Turismo palestinese ha voluto guardare avanti e ha presentato a settembre 2020 il programma Jahzeen (in arabo «Sei pronto»), un progetto nazionale che mira a migliorare le competenze della forza lavoro del turismo palestinese per l’era post Covid-19. Nella speranza che quando il mondo si sveglierà da questo brutto sogno, la Palestina sarà pronta.

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