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Rodi, tra quelli che nessuno vuole

Giuseppe Caffulli
17 marzo 2020
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Rodi, tra quelli che nessuno vuole
Fra John Luke Gregory con alcune donne profughe. (foto G. Caffulli)

Nelle isole greche di Rodi e Kos operano i frati minori della Custodia di Terra Santa, al servizio di poveri e rifugiati. L’impegno di fra John Luke per portare un sorriso a tanti disperati in fuga da guerre e miseria.


Nelle giornate più limpide, dalla punta dove sorge l’Acquario civico, la costa turca sembra quasi di poterla toccare. Con minor frequenza nella stagione invernale, con diverse corse in quella estiva, un veloce batiscafo collega Marmaris a Rodi, portando turisti in visita alla Fortezza del Cavalieri di San Giovanni, o viceversa alla scoperta delle bellezze della costiera turca. Di là l’Asia minore, di qua l’Europa, a poche braccia di mare. Una distanza esigua dall’isola di Simi, ancor meno da Kos, giusto di fronte a Bodrum. Uno spazio a volte siderale per i profughi di molte guerre dimenticate e per i migranti in cerca di un futuro.

Siamo ai primi di febbraio. Il vento freddo batte il litorale, il mare è grosso e impedisce la traversata. Ancora per poco, visto che la stagione primaverile porterà bonaccia e darà probabilmente il via a nuovi, frequenti sbarchi.

Nel vecchio macello di Rodi, un edificio che risale all’epoca fascista (Rodi, con altre isole dell’Egeo, appartenne all’Italia dal 1912 al febbraio 1947 – ndr), mura sfondate e fatiscenti, regno di topi e scarafaggi, vive da tempo una variegata comunità di profughi e migranti, forse duecento, molti dei quali sopravvissuti in maniera fortunosa alle traversate in gommone. La maggior parte è siriana, alcuni arrivano dalla Striscia di Gaza, una decina i bambini; poi ci sono gli africani – uomini e donne – di vari Paesi francofoni del Sahel e persino un tibetano, arrivato fin qui dopo aver attraversato praticamente tutta l’Asia. Passano le giornate chiusi in questo campo informale, con lo sguardo fisso oltre il mare, il telefono tra le mani, magari per captare nelle notti senza stelle qualche Sos da amici o compatrioti decisi a tentare la traversata.

«Questa faccenda dura ormai da anni. Nel 2015 venni chiamato dal sindaco di Kos, disperato per l’arrivo nel giro di pochi giorni di 15 mila profughi siriani. Quando andai a vedere non potevo credere ai miei occhi. La spiaggia era un enorme deposito di gommoni accatastati uno sull’altro. Kos era diventata una grande tendopoli popolata di gente bisognosa di tutto, dal cibo ai vestiti; una situazione che, pur in misura più contenuta, dura anche oggi. E anche oggi la gente continua ad arrivare, a Kos come qui a Rodi». A parlare è fra John Luke Gregory, britannico, frate minore della Custodia di Terra Santa, che ha la cura, insieme a fra Pawel Juda, polacco, delle parrocchie latine sparse sulle isole dell’arcidiocesi di Rodi, di cui oggi è amministratore apostolico l’arcivescovo latino di Atene, monsignor Sevastianos Rossolatos.

Lo seguo in un pomeriggio dal cielo livido nella visita, quasi quotidiana, al campo informale nell’ex-macello di Rodi. Porta cibo, prodotti per l’igiene personale, indumenti e soprattutto qualche gioco per i bambini. Nel campo la sua visita è attesa, per una richiesta, un’informazione, un conforto. Fra John Luke è poliglotta: oltre alla lingua madre parla italiano, arabo, francese e naturalmente greco moderno. Ascolta tutti, parla con tutti.

«Negli ultimi tempi – mi dice mentre sfila da alcune borse calze e babbucce di lana – sono in arrivo molti siriani e curdi dalla zona di Idlib (l’ultima sacca di resistenza dello Stato islamico, sottoposta a pesanti bombardamenti aerei da parte dei russi e assediata dall’esercito siriano – ndr). Sono stupito dall’aumento dei profughi da Gaza, che escono dalla Striscia passando per l’Egitto, e poi attraverso la Giordania, la Siria e la Turchia arrivano fin qui. Pagano mille dollari gli scafisti, che spesso li abbandonano al loro destino a poche miglia dalla costa. Tra queste isole passano grandi navi cargo, che producono onde immense… Difficilmente un gommone stracarico, nel buio della notte, resiste all’impatto. Nessuno sa quanti cadaveri senza nome sono sul fondo di questo braccio di mare. E non è raro trovare i corpi sulle spiagge, specialmente a Kos. Anche madri con bambini».

In Europa c’è chi ha parlato, a proposito dell’immane tragedia dei migranti e dei profughi del Mediterraneo, di «crocieristi» trasportati da taxi del mare. Fra John Luke s’indigna, al solo sentore di questa odiosa propaganda.

«Quando la crisi si è fatta più dura, con le nostre isole invase da questa umanità sofferente, ho voluto andare a vedere. Sono stato dai nostri confratelli in Siria, a Damasco, Lattakia, Aleppo… Per scappare con i figli piccoli, per correre il rischio di morire in mare – mi sono detto – la questione doveva essere seria. Quello che ho visto nel 2016 in Siria è stata la spiegazione più lampante. Se uno vede Homs rasa al suolo capisce al volo. Se uno vede Aleppo sventrata dalle bombe capisce perché questa gente scappa. Quello che ho toccato con mano è l’Apocalisse. Non vengono per ragioni economiche, non i siriani almeno. Vengono per cercare una possibilità di vita che a casa loro non c’è più».

Mentre il sole cala, nel mattatoio di Rodi ci si prepara a passare la notte. Si cucina su bracieri improvvisati in lamiera, si sistemano le coperte, qualcuno tenta una doccia gelida. I bambini (alcuni non accompagnati) si rincorrono e giocano tra loro. Un gruppetto di donne africane è seduto in cerchio; qualcuna aiuta le altre a sistemarsi i capelli. In un angolo del vecchio edificio un rifugiato offre gratis la sua opera di barbiere, perché la vita deve andare avanti.

«Parliamo d’Europa – dice il religioso –. Tutte le nostre parole sui diritti umani… Ma poi? Qui c’è chi vive in modo non rispettoso della dignità umana. Qui la Chiesa cattolica è molto piccola, ma cerchiamo di offrire il massimo. Ogni settimana destiniamo una quota considerevole delle risorse che ci arrivano dai donatori all’assistenza ai profughi e distribuiamo oltre 300 pacchi per i poveri. Siamo una goccia nel mare, ma non ci tiriamo indietro».

Tarek, un bel ragazzo di Lattakia, 19 anni, si avvicina ad abuna John Luke per chiedergli uno shampoo ma, soprattutto, per chiedere quello che tutti qui sognano: poter lavorare per non morire d’inedia e per guadagnarsi il pane. Un conciliabolo fitto, in arabo, che ben presto richiama anche altri residenti nel campo. Una richiesta impossibile, perché anche qui, per chi arriva, la vita è sospesa tra documenti, richieste d’asilo e carte bollate. Di tanto in tanto, mi dicono, nel campo compaiono funzionari dell’Agenzia dell’Onu per i rifugiati. Ma la Grecia, nel 2019, ha approvato una legge che rende più facile l’espulsione che l’accoglienza. Non a caso Dunja Mijatović, la commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, durante una visita alle isole greche di Lesbo e Samo, le più colpite dall’arrivo dei migranti, ha parlato di «disperate condizioni in cui si trovano migliaia di essersi umani». Sarebbero circa 35 mila i profughi migranti nell’Egeo, la maggior parte dei quali in attesa di sapere qualcosa circa la loro richiesta di asilo. Ma a causa dell’alto numero delle richieste (68 mila), e di un sistema farraginoso, in Grecia possono passare anche cinque o sei anni prima di conoscere la propria sorte.

«Ecco perché – spiega il francescano – è importante per noi frati minori restare qui. I cattolici residenti sono pochi, ma viviamo in un contesto ortodosso e collaboriamo con la minoranza musulmana. Siamo una frontiera, un laboratorio di dialogo. Oggi come un tempo, Rodi è un ponte tra mondi e culture. Siamo qui per accogliere quelli che nessuno accoglie: profughi, drogati, alcolizzati, prostitute… Non facciamo domande. Come san Francesco, andiamo incontro ai poveri e ai lebbrosi, mettendoci a loro fianco, senza dare giudizi».

Si fa più serio in volto, fra John Luke, mentre scandisce le parole nel suo italiano segnato dal forte accento anglosassone: «Questi poveri che incontro, che non mi lasciano dormire, sono il volto di Cristo. Non potrei celebrare l’eucaristia e vivere la mia fede se non riconoscessi il Cristo nel volto del povero, se non accogliessi e non condividessi quello che ho. E che anche a me è stato donato».


Saper ricominciare, affidandosi a Dio

John Luke nasce Stephen sopra il pub dei Gregory a Sheffield, Inghilterra, nel 1958. I genitori offrono a tutti e sei i figli ottimi studi in prestigiose università. Stephen termina il liceo con un anno d’anticipo e, prima di entrare al King’s College di Londra, fa diverse esperienze di volontariato tra poveri, prostitute, migranti e moribondi. Nel 1976 si reca in Terra Santa per un pellegrinaggio e conosce i frati della Custodia. Terminata l’università, si diploma in infermieristica e lavora in ospedale. Ma a trent’anni decide di farsi francescano: prima il postulantato a Roma, poi il noviziato ad Ain Karem. Ordinato sacerdote, sembra destinato agli studi ecumenici. Ma inaspettatamente viene inviato come cantore al Santo Sepolcro. Ci resterà sei anni. Durante il custodiato di fra Giovanni Battistelli, viene incaricato della segreteria per un altro sessennio. Infine Rodi, dove viene inviato da fra Pierbattista Pizzaballa, allora Custode. «Avevo 46 anni e non capivo un’acca di greco – ricorda –. È stato un nuovo inizio. Durissimo, ma ho imparato che se ci si affida a Dio si può sopportare tutto».

La parrocchia di Santa Maria della Vittoria, la «chiesa madre» della presenza francescana a Rodi, è oggi il centro propulsivo della pastorale sull’isola. D’estate, con l’arrivo dei turisti (3 milioni nel 2019), è un via vai di gente per le celebrazioni in greco, inglese, francese, polacco… perfino tagalog. «La mia carta vincente, da subito, è stato il coinvolgimento dei laici. Ho voluto immediatamente il consiglio pastorale, e ancora oggi sono grato a tutti coloro che sono impegnati nelle varie attività».

Angela Philippou (nel tondo) è la fidata collaboratrice parrocchiale che gestisce anche l’amministrazione. Spiega: «La nostra missione è oggi soprattutto l’assistenza ai profughi e ai più poveri della città. Lo possiamo fare in particolare grazie ai fondi dei donatori che arrivano tramite Ats pro Terra Sancta. Poi ci occupiamo degli ammalati, delle donne colpite da tumore, che si ritrovano per riunioni di auto-aiuto nella nostra aula Santa Chiara. Collaboriamo con la comunità luterana. Desideriamo che la nostra sia una testimonianza di dialogo e accoglienza che va oltre l’appartenenza confessionale».

«Siamo davvero grati – interviene fra John Luke – ai benefattori sparsi in tutto il mondo. Se possiamo regalare un sorriso a tante persone in difficoltà, è soprattutto merito loro».

Un aiuto a poveri e rifugiati

Dal 2015 ad oggi la popolazione di Rodi è cresciuta di circa 15 mila persone, per un totale di 45 mila abitanti. Di questi, un terzo sono rifugiati. Arrivano dalla vicina Turchia e fuggono dalla guerra; la maggior parte sono siriani, ma ci sono anche tanti iracheni, iraniani, curdi e qualche palestinese di Gaza. Da quando è iniziata l’emergenza, fra Luke li aiuta garantendo loro cibo, beni di prima necessità e giocattoli o libri da colorare per i bambini.

Per sostenere l’opera dei francescani di Rodi, www.fratiterrasanta.it (progetto Emergenza profughi nell’Egeo)

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