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I martiri di Marrakech

Filippo Sedda *
15 gennaio 2020
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I martiri di Marrakech
Protomartiri francescani, tavola di Piero Casentini presso la chiesa di Sant’Antonio di Padova (Terni).

Il 16 gennaio 2020 ricorre l’ottavo centenario dei Protomartiri francescani, i primi frati, tutti umbri, che trovarono la morte in Marocco. Un episodio, a lungo dimenticato, che sta all’origine della vocazione francescana di Antonio da Padova e che divenne modello da imitare anche per Chiara d'Assisi.


Mentre si vanno concludendo tutte le iniziative in ricordo dell’ottavo centenario dell’incontro a Damietta di frate Francesco con il sultano al-Malik al-Kamil, il mondo francescano si appresta a contemplare un’altra ricorrenza centenaria nel martirio dei primi frati minori in Marocco, avvenuto il 16 gennaio 1220. Si tratta di cinque frati umbri che avevano aderito al gruppo dei «penitenti di Assisi» intorno a frate Francesco: Berardo da Calvi, Ottone da Stroncone, Pietro da Sangemini, Accursio e Adiuto da Narni.

A partire dal Capitolo del 1217 il Poverello di Assisi aveva inviato i suoi frati fino agli estremi confini della terra per testimoniare il Vangelo attraverso una predicazione penitenziale, fatta d’esempio ed esortazione al buon vivere. Frate Elia e altri compagni partirono verso Oriente alla volta della Siria, nelle terre Oltremare, altri sei frati furono inviati a Occidente verso la penisola iberica.

Infatti, nella Cronaca di frate Giordano da Giano, composta nel 1262, si legge: «Dei frati, poi che passarono per la Spagna, cinque furono coronati del martirio. Se poi questi frati furono mandati da quel capitolo [1219], cui abbiamo accennato, o da uno precedente [1217], come frate Elia con i suoi compagni nelle terre d’oltremare, non possiamo dirlo con sicurezza» (Fonti Francescane 2329).

In effetti, per ricostruire la vicenda biografica dei protomartiri non sono tante le fonti coeve e di essi si parla sempre in modo generico o indiretto (non si menzionano, ad esempio, i loro nomi). Luciano Bertazzo parla efficacemente di una «memoria velata», che solamente nel pieno XIV secolo divenne una «memoria organizzata» attraverso una passio contenuta nella Cronaca dei 24 Generali (compilata intorno al 1365) e ora disponibile in traduzione italiana nelle Fonti agiografiche dell’Ordine francescano (1-65).

Con questa affermazione la passio dei protomartiri del Marocco sancisce la fine di quella «memoria velata», che si evidenzia e si costruisce proprio intorno alla reazione di frate Francesco di fronte alla notizia della loro morte, come riportata dalla summenzionata Cronaca di Giordano da Giano: «Quando furono riferiti al beato Francesco il martirio, la vita e la leggenda dei suddetti frati, sentendo che in essa si facevano le lodi di lui e vedendo che i frati si gloriavano del martirio di quelli, poiché egli era il più grande disprezzatore di se stesso e sdegnava la lode e la gloria degli uomini, rifiutò tale leggenda e ne proibì la lettura dicendo: «Ognuno si glori del proprio martirio e non di quello degli altri» (Fonti Francescane 2330).

La reazione di Francesco si pone in sintonia con quanto afferma nella VI Ammonizione: «Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore, che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce. Le pecore del Signore l’hanno seguito nella tribolazione e nella persecuzione, nella vergogna e nella fame, nell’infermità e nella tentazione e in altre simili cose, e per questo hanno ricevuto dal Signore la vita eterna. Perciò è grande vergogna per noi, servi di Dio, che i santi hanno compiuto le opere, e noi vogliamo ricevere gloria e onore con il raccontarle e predicarle» (Fonti Francescane 155).

La preoccupazione di Francesco non è quella di condannare la coerenza di uomini che hanno difeso fino alla fine le loro convinzioni, ma di spronare i suoi frati – e quindi ciascuno di noi – a non ritenersi eroi meritevoli di lodi sulle azioni di altri: ognuno deve caricarsi dei propri fardelli e spingersi coerentemente fino in fondo a ciò che crede, nel rispetto di un’alterità che anzitutto è dentro di sé e poi nelle persone che ci circondano in una scala sempre più vasta.

Questa coerenza radicale dei protomartiri fu colta anche da altri due esimi personaggi di quel tempo: Fernando da Lisbona, meglio noto come Antonio di Padova, e Chiara d’Assisi.

Il primo, canonico regolare a Coimbra, vedendo arrivare le reliquie dei martiri nella sua città, spinto dal desiderio del martirio, prese la decisione di farsi frate Antonio dell’ordine dei frati minori e intraprese un viaggio, non solo materiale, che lo condusse nel 1221 al capitolo di Assisi e alla sua nuova destinazione nella provincia di Romagna.

La seconda, come ci testimoniano le consorelle nel processo di canonizzazione, espresse più volte il desiderio di voler imitare l’esempio dei protomartiri. Sora Cecilia figlia di messere Gualtieri Cacciaguerra afferma: «Anche disse che la preditta madonna Chiara era in tanto fervore de spirito, che voluntieri voleva sostenere el martirio per amore del Signore: e questo lo dimostrò quando, avendo inteso che nel Marocco erano stati martirizzati certi frati, essa diceva che ce voleva andare». (Fonti Francescane 3029)

E ancora la nipote sora Baldina di messere Martino da Cocorano, racconta che Chiara «desiderava de andare alle parti del Marocco, dove se diceva che erano menati li frati al martirio». (Fonti Francescane 3041)

Una memoria dunque velata ma presente, e direi anche assai viva, come un torrente carsico in piena. Suor Monica Benedetta Umiker, clarissa dell’Ordine di Santa Chiara, ha proposto un bell’intervento su Chiara d’Assisi e il martirio dei primi frati minori, cogliendo questa dimensione martiriale anche nell’esperienza cristiana di Chiara.

La memoria, in realtà, è molto più presente di quanto noi immaginiamo e non solo nel vissuto di Chiara. Nelle fonti liturgiche su sant’Antonio, le figure dei protomartiri del Marocco sono sempre e continuamente presenti. Durante la festa di sant’Antonio, quella del suo dies natalis (il 13 giugno), ma anche per gli otto giorni che seguivano, la sua ottava, alla preghiera del mattutino, si leggevano nove letture prese dalle sue vite. Sia quando si usava la leggenda Assidua, la prima bio-agiografia antoniana, sia quando si ricorreva alla Vita composta da Giuliano da Spira, sempre si narrava dei primi cinque martiri Minori, che furono lo strumento della vocazione di Fernando in Antonio, ovvero della sua risoluzione a passare dai canonici di Coimbra ai frati minori.

Anche il secondo responsorio del mattutino fa riferimento ai frati uccisi in Marocco: «Bramando di essere compagno/ della gloria dei vincitori, /uccisi dall’empio/ re dei marocchini, /Antonio segue /la vita dei morti. /Felice lui, che la spada /degli iniqui non teme, /ma muta in meglio».

La liturgia è dunque lo strumento che veicola silenziosamente la memoria dei protomartiri e anzi la «svela», perché la stessa Chiara dal 1232 al 1253, anno della sua morte, almeno per 21 volte (168 volte se moltiplichiamo per gli otto giorni dell’ottava della festa) aveva sentito quel racconto durante la preghiera del mattutino. Ma così fu anche per tutti i frati dell’Ordine che ogni anno almeno per una volta sentivano questo episodio della conversione di Antonio: in effetti, dunque, la memoria dei protomartiri fu sì velata, ma svelata nel locus liturgico. Ed ecco perché Sisto IV, papa francescano, nel 1481 non aveva solo canonizzato i protomartiri, ma aveva consentito che si celebrasse il loro culto nell’alveo dell’ordine francescano.

(* direttore della Biblioteca provinciale nel convento di San Francesco a Ripa, Roma)


Protomartiri, così viene narrata la loro vicenda

Nel capitolo di Pentecoste del 1219 frate Francesco diede licenza a Ottone, Berardo, Vitale, Pietro, Accursio, Adiuto, di recarsi a predicare il Vangelo ai saraceni in Marocco, mentre lui decise di unirsi ai crociati diretti nelle terre d’Oltremare. I sei frati raggiunsero a piedi la Spagna e quando furono nel regno di Aragona, Vitale, capo della spedizione, si ammalò, ma gli altri cinque frati proseguirono il loro cammino sotto la guida di Berardo. A Coimbra, in Portogallo, furono ricevuti dalla regina Urraca, moglie di Alfonso II, a cui predissero esattamente il giorno della sua morte e il loro martirio. Si riposarono alcuni giorni nel convento di Alenquer, beneficiando dell’aiuto di donna Sancia, sorella del defunto re Sancio, sepolto nel monastero della Santa Croce di Coimbra. Ella procurò degli abiti civili per permettere loro di imbarcarsi alla volta di Siviglia, a quel tempo capitale del regno saraceno. Furono accolti in casa di un cristiano e dopo otto giorni si recarono nella moschea principale e, indossando vesti cristiane, si misero a predicare il Vangelo. Ciò destò il furore dei saraceni che li percossero, ma essi non si persero d’animo e, giungendo fino al palazzo del re, chiesero di potergli parlare. Il sovrano saraceno li ascoltò, ma non appena udì riferirsi a Maometto come falso profeta, andò su tutte le furie e ordinò di decapitarli. Grazie all’intercessione del figlio, alla fine furono rinchiusi in prigione sulla sommità di una torre, ma continuavano ad annunciare il Vangelo, cosicché il sovrano, anziché rimandarli in Italia, li fece imbarcare su un vascello pronto a salpare per il Marocco.

Compagno di viaggio dei cinque frati fu l’infante portoghese don Pietro Fernando, che in fuga per timore del fratello, il re Alfonso, si trovava ora a Siviglia e prestava aiuto al re del Marocco. Sin dal loro arrivo a Marrakech, Berardo, conoscitore della lingua locale, iniziò a predicare la fede cristiana dinanzi al re e nuovamente a criticare Maometto e il Corano. Il re li fece allora cacciare dalla città, ordinando che fossero rimandati nelle terre cristiane. Ma i frati, non appena furono liberati, rientrarono in città e ripresero a predicare sulla pubblica piazza. Continuando a predicare malgrado la proibizione del re, furono nuovamente fatti arrestare, flagellati e gettati in prigione. Avendo ripetutamente rifiutato di abiurare la fede cristiana, vennero decapitati: era il 16 gennaio 1220, presso Marrakech.

Quando Francesco d’Assisi, ancora in vita, ebbe avuto notizia del martirio di questi frati, particolarmente esultante con gioia disse: «Ora posso dire veramente che ho cinque frati».

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