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«Le ferite visibili e invisibili»

Francesco Pistocchini
29 Aprile 2019
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«Le ferite visibili e invisibili»
Fra Firas Lutfi (al centro col berretto blu), con alcuni «bambini di strada» accolti presso il Franciscan Care Center di Aleppo.

Fra Firas Lutfi ad Aleppo racconta l’impegno in favore dei bambini più abbandonati della città siriana, senza casa e famiglia. Per loro cura il progetto «Un nome, un futuro».


Quando alla fine del 2016 i jihadisti abbandonarono la città vecchia di Aleppo, dopo quattro anni di combattimenti, si sono lasciati alle spalle almeno tremila bambini e ragazzi. Come in tanti territori tra Siria e Iraq, occupati e perduti dall’Isis, sono stati abbandonati a sé stessi donne e bambini che avevano avuto legami con i miliziani. Oggi vivono in condizioni difficilissime.

«È un problema che nessuno vuole toccare – denuncia preoccupato fra Firas Lutfi, francescano della parrocchia latina di Aleppo –. Allora ci siamo dati da fare, dialogando con gli islamici, in particolare il muftì di Aleppo, sheikh Mahmoud Akkam, che è un amico da prima della guerra». Con i musulmani i francescani di Aleppo hanno rinsaldato la collaborazione e si sono dati l’obiettivo di aiutare bambini che hanno età diverse, dai 2 fino ai 10 anni, tutti accomunati dal fatto di avere vissuto sempre e solo in tempo di guerra.

Fra Firas è siriano di Hama. Nel 2004 fu inviato a lavorare per la comunità cattolica di Aleppo, dal 2011 al 2014 ha studiato teologia biblica a Roma, prima di tornare in Siria e stare accanto alle persone, condividendone le sofferenze. «Come guide religiose e amici abbiamo pensato di intervenire insieme – ci spiega –. Il vescovo Georges Abou Khazen ha avuto l’intuizione, il muftì ha dato appoggio completo. Io ho alle spalle l’esperienza dal Franciscan Care Center che da un anno offre aiuto ai bambini traumatizzati attraverso l’arte terapeutica. Abbiamo individuato due case in zone molto colpite della città e abbiamo aperto le porte all’accoglienza. In una sola settimana sono arrivati un migliaio di bambini, un numero enorme, perciò abbiamo deciso di andare noi incontro a loro, nei quartieri.

Fra Firas, quale situazione affrontano questi bambini?
Non hanno casa, vivono in aree dove quasi tutti gli edifici sono stati demoliti. All’inizio di febbraio il collasso di un palazzo di cinque piani ha travolto e ucciso 17 persone, senza contare i feriti, persone che vivevano lì per mancanza di alternative. Il primo aiuto che diamo è la registrazione: finora siamo riusciti a regolarizzare 25 bambini, ignoti o senza nome. Il processo è lento perché hanno timore di essere interrogati dalle autorità di sicurezza.
Senza identità il minore non può accedere agli aiuti di base, ricevere un po’ di latte…

E per quanto riguarda l’istruzione?
Ci sono bambini che non hanno frequentato la scuola per anni. In certi quartieri esisteva solo il Corano: niente matematica, storia, geografia, arte, ecc. Allora cerchiamo di colmare i vuoti formativi per l’inserimento nelle scuole pubbliche.
C’è poi il sostegno ai ragazzi che fanno lavori pesanti o che hanno subito violenze. Ai molti che sono disabili e mutilati offriamo fisioterapie. Poi ci sono i casi in cui intervengono i logopedisti, casi di ritardo mentale… Con psicologi e psicoterapeuti, seguiamo i bambini con schede cliniche personali.

Alcune storie sono toccanti…
Ricordo un bambino rimasto senza genitori. A Natale ha partecipato per la prima volta a una festa organizzata da noi al Centro. Ricevendo in regalo una macchinina di plastica, ci ha detto: «Voglio mostrare a mio fratello che la vita è bella e qualcuno pensa anche a me. Non ho mai avuto un regalo». Un altro ha ricevuto un pallone e non vedeva l’ora di giocare in mezzo alle macerie.
Mancano campi da gioco, luoghi di svago. Al Franciscan Care Center si svolgono attività di pittura, scultura, teatro, musica. Al convento si può fare sport in strutture oggi impensabili in altre parti della città.

Ci sono state opposizioni?
Quando abbiamo inaugurato i due centri, sulla pagina Facebook della parrocchia qualcuno ha scritto: «Prima aiutate noi, la carità inizia da casa propria». Ho risposto che la misura della carità è amare senza limiti. Un altro ha detto che stiamo aiutando persone che, un giorno, diranno che siamo infedeli. Ma noi oggi seminiamo.
Tante volte la carità è fatta con una «rendicontazione». Ma per il Vangelo devi seminare e avere pazienza. È la nuova evangelizzazione, nelle periferie esistenziali dell’umanità verso cui ci invita ad andare il Papa.

Anche il muftì ha incontrato resistenze?
Sì, ma sa che abbiamo tutti una grande responsabilità. Perciò i musulmani di Aleppo hanno organizzato corsi rivolti agli sheikh che tollerano discorsi aggressivi contro i cristiani. Hanno parlato della carità gratuita che facciamo, senza ricerca di un tornaconto. La semina darà molti frutti, anche tra i musulmani.
Come dice il Papa, mai usare il denaro per proselitismo. Testimoniare con una vita serena, matura, come Chiesa che va in uscita.

Ci sono difficoltà per i fondi?
È difficilissimo. Si parla poco di Aleppo come se tutto fosse tornato alla normalità dopo la guerra. Oltre a tutte le distruzioni materiali, le persone portano dentro ferite invisibili che vanno raccontate.
Stiamo accompagnando un bambino che a sette anni ha visto morire il proprio compagno di giochi colpito in testa da un proiettile.
Oggi ha 13 anni, risente ancora del trauma, si fa la pipì addosso e non riesce dormire, va male a scuola. Con il progetto cerchiamo di dargli fiducia nella vita, consapevolezza che la guerra è passata, che può incontrare persone che gli vogliono bene. Non c’è solo il buio, ma anche la luce.

L’aurora del giorno di Pasqua.

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