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Il grido strozzato dei disperati di Istanbul

Claudio Monge
20 maggio 2015
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Sembra non avere fine lo stillicidio della strage quotidiana nel Mediterraneo, ormai ribattezzato «Mare Morto» (solo omonimo del grande lago di acqua salata di Terra Santa, dove almeno si galleggia…): la più grande fossa comune a cielo aperto per uomini, donne e bambini, inghiottiti dall’acqua, ma prima ancora uccisi dalla cinica barbarie di mercanti senza scrupoli e dall’indifferenza di un Occidente ormai paralizzato nel suo solipsismo crepuscolare.

A Istanbul il dramma della disperazione è spettacolo quotidiano anche per chi non dovesse far uso dei media. Basta fare poche centinaia di metri per strada per rendersi conto delle proporzioni ormai bibliche del vagare senza meta di migliaia di senzatetto, per lo più siriani, che fanno a gara per conquistare centimetri di marciapiede, teatro della lotta all’accaparramento di pochi scarti che possono prolungare una lenta agonia. A chi parla in termini di «invasione», in riferimento all’esodo verso le coste italiane, ricordiamo semplicemente che l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, valuta come ormai prossimo al milione e 650 mila unità il numero dei soli rifugiati siriani entro le frontiere turche (numero al quale si aggiungono altri 150 mila richiedenti asilo dall’Afghanistan, dall’Iraq, dall’Iran e, in misura inferiore, da molti altri paesi asiatici e africani). Se si pensa che non più di 200 mila persone vivono nei campi profughi allestiti alla frontiera tra Siria e Turchia (diventati, dopo pochi mesi, insufficienti), l’80 per cento di questa massa di disperati erra in modo più o meno clandestino nel resto del paese, concentrandosi nei grandi agglomerati. A Istanbul, il fenomeno tocca punte parossistiche e l’attitudine, inizialmente accogliente e solidale, dei cittadini si sta trasformando in malessere diffuso, foriero di tensioni crescenti.

Le prime vittime di questa situazione sono i bambini, punta dell’iceberg dell’esercito dei diseredati. Se, solo a fine gennaio, le immagini del giovane Halil, pestato a sangue da un responsabile della catena di fastfood Burger King, in prossimità della piazza Taksim, nella quale si era introdotto alla ricerca di cibo di scarto, avevano originato un’ondata d’indignazione (determinante, tra l’altro, per il licenziamento del protagonista della violenza), oggi molte meno persone reagirebbero allo stesso modo: indifferenza, sospetto, esasperazione… È un crescendo di sentimenti che accentuano aggressività e disperazione, da entrambe le parti. I bambini siriani poi, pagano la colpa di essere gli ultimi arrivati su un «mercato» già saturo: si calcola che solo nelle strade di Istanbul «lavorerebbero» circa 10 mila bimbi, in gran parte turchi e curdi (dai lustrascarpe ai bimbi con bilancia, dai venditori di chewing-gum a quelli d’acqua… alla manovalanza, meno visibile, che vive con la raccolta differenziata nelle scariche di rifiuti), vittime di uno spaventoso sfruttamento di adulti spietati o semplicemente disperati (talvolta i genitori stessi, che li attendono a casa per riempirli di botte se la loro «resa» risulta inferiore alle attese). E poi i bambini che adulti pietosi vorrebbero strappare ad un futuro indegno: quelli stretti al grembo di donne adagiate sui marciapiedi che non hanno più neppure la forza di suscitare la pietà del passante, o quelli per il momento nascosti in rifugi di fortuna, come i tre figli di Şhadi. Curdo cristiano di Kobane, Şhadi è apparso un mattino presto nella nostra chiesa ai piedi della Torre di Galata con abiti maleodoranti diventati ormai la sua seconda pelle. Rinfrancato dall’eucarestia presa con commossa devozione, Şhadi mi sussurra in un francese incerto: «Aiutami Padre: non ce la faccio più… fallo per i miei figli!».

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