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Profeti di sventura e nemici della pace

mons. David M. Jaeger ofm
17 luglio 2014
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Pregare. Stare insieme per pregare. Questa è stata l’intuizione di san Giovanni Paolo II nell’invitare ad Assisi, nel 1986, gli esponenti delle confessioni cristiane e delle diverse religioni dell’umanità; come, più recentemente, di Papa Francesco nell’invitare i presidenti di Israele e di Palestina a sostare con lui nei giardini vaticani, per pregare ciascuno nella presenza degli altri. Quasi subito dopo sono riprese gravi violenze in Terra Santa, ciò che fece ad alcuni commentare che la preghiera avrebbe giovato a poco. Sbagliano. La preghiera non è la magia. La magia consiste nel credere che l’essere umano possa «comandare» alle potenze sovraumane di fare o di non fare qualche cosa. La preghiera è tutt’altro. Poggia sul riconoscimento della sovranità di Dio, al quale nessuno può mai «ordinare» alcuna cosa. Il rapporto dell’essere umano con Dio risiede nella relazione tra l’onnipotenza divina e la libertà che Dio stesso gli ha donato.

Queste verità accomunano le religioni ebraica e musulmana e la fede cristiana. La violenza che ha per l’ennesima volta insanguinato la Terra Santa è dovuta ai convincimenti contrari, all’opera del Maligno, che davanti all’essere umano in preghiera s’infuria e imperversa. Chiamare gli uomini ad amare Dio e, inscindibilmente, ad amarsi tra di loro, è opera dello Spirito di Dio. Operare la giustizia e costruire la pace spetta agli uomini, ai popoli, agli Stati.

In Terra Santa i due popoli sono divisi dalle rispettive narrative dei loro incontri-scontri, alle quali ogni nuovo scontro aggiunge ancora un altro capitolo. A questo punto le due narrative sono oramai tra di loro inconciliabili. La pace avverrà quando si accorderanno di rispettare ciascuno la memoria storica dell’altro, e di cominciare a costruire una nuova narrativa comune, non del passato, ma del futuro, edificato insieme su base di eguaglianza. Non si può pensare alla pace in funzione della domanda: «Di che cosa ho bisogno io, e che cosa potrei forse permettermi di concedere all’altro». La giusta e pacifica coesistenza dei popoli non può essere quella tra il cavallo e il cavaliere, per mutuare la frase di un celebre poeta arabo israeliano. Concretamente, dopo il fallimento di innumerevoli iniziative nel corso di decenni, perché si arrivi a negoziati veri miranti ad un trattato di pace tra lo Stato di Israele e lo Stato di Palestina, ci vorrà non l’ennesimo timido tentativo di una parte terza, ma una massiccia mobilitazione internazionale; anche solo pensando ai costi che l’impresa comporterà.

Ci si può permettere di sperare in questa mobilitazione – sorge spontanea la domanda – mentre tragedie molto più gravi ancora si stanno consumando in Iraq e in Siria, e mentre persino l’Europa, lungo i suoi confini orientali, guarda con preoccupazione ad una rinnovata insicurezza delle frontiere? Gli avversari della pace – di quella equa e vera – sperano che la risposta sia negativa. Non si può e non si deve dare ragione ai profeti di sventura. Piuttosto c’è da sperare – e da spiegare – che, così come il conflitto in Terra Santa sarebbe il fulcro (anche se non la causa) delle tensioni nell’intera regione, così la pace in Terra Santa potrebbe rivelarsi il fulcro della pace per la quale si spera in tutto il Medio Oriente. E come allora potranno coloro che minano la pace dell’Europa non tenerne conto anch’essi? La Terra Santa e il resto del Medio Oriente, la Terra Santa e l’Europa, non sono pianeti diversi, ma regioni confinanti e interconnesse, abitate da esseri umani, figli di Dio e tra di loro fratelli.

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