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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Abele, l’uomo nuovo gradito a Dio

don Vincenzo Lopasso
28 gennaio 2013
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Nell’Antico Testamento di Abele e del fratello Caino si parla soltanto una volta, in un brano, che tuttavia lascia in ombra il movente per cui Caino alzò la mano contro il fratello e anche per quale ragione Dio abbia gradito un’offerta anziché l’altra. Dato che con questo episodio per la prima volta entra in scena la violenza, e per giunta quella fratricida, non si comprende come mai l’Antico Testamento non faccia più riferimento a questa vicenda né menzioni in seguito gli stessi protagonisti.

Di Abele si dice che era pastore di greggi. Caino, invece, è presentato come agricoltore. È perciò normale che offrano a Dio offerte differenti: il primo i frutti vegetali del suolo, il secondo quelli del gregge.

Perché Caino uccide il fratello? Le parole, con le quali risponde al Signore che gli aveva chiesto dove fosse il fratello, «Sono forse io il custode di mio fratello», nascondono tragicamente che ha voluto disfarsi di lui perché lo riteneva concorrente della sua felicità. All’origine dell’azione c’è l’incapacità a guardare la propria relazione con Dio indipendentemente dal successo che su questo stesso terreno aveva avuto il fratello. Caino uccide perché non accetta che Abele possa intrattenere con Dio una relazione migliore della sua: tale eventualità lo colpisce nell’autostima e gli oscura la coscienza fino a fargli ritenere che, una volta eliminato il fratello, possa realizzarsi pienamente.

Questa interpretazione non spiega tutto, ma aiuta a comprendere il messaggio di questo episodio tutto incentrato sulla relazione fraterna. Essa è violata da Caino, ma è protetta e benedetta da Dio che pone le condizioni (il segno) perché nessuno possa alzare la mano contro colui che invece si era reso colpevole di omicidio. Inoltre, da questo punto di vista, comprendiamo perché ad Abele non sia dato molto spazio nel racconto e che in fondo, come sembra indicare già il suo stesso nome, simile al termine ebraico soffio o futilità, scompaia così velocemente come è apparso, un alito, una parabola breve, dalla durata di un soffio, spezzata prematuramente dalla violenza fratricida. Per l’autore sacro è più importante ciò che Abele rappresenta che ciò che egli è stato.

Viceversa, perché Dio gradisce l’offerta di Abele? Anche se soltanto in modo velato, l’intenzione del racconto è di mettere in primo piano l’attitudine interiore di Abele che offrendo i primogeniti del gregge offre tutto quello che ha, e, potremmo dire, tutto se stesso. Perciò egli rappresenta l’offerta gradita a Dio, un’offerta in cui ciò che si offre non è disgiunto dalla propria vita o dalla propria persona. Questo legame è reso ancora più evidente dal fatto che Abele pagherà con il versamento del sangue quella sua offerta a Dio gradita.

Questo passaggio ci permette di capire come mai gli autori del Nuovo Testamento ne abbiano fatto un’immagine profetica, in particolare figura di Cristo che offre la sua vita. Due volte il suo nome, da solo, compare sulle labbra di Gesù come il primo, tra i profeti, che suggellarono con il versamento del sangue la loro testimonianza (Mt 23,35; Lc 11,51).

La vicenda dolorosa iscritta all’inizio della storia biblica non solo rimanda al mistero di Cristo, alla sua morte per gli uomini, ma ci invita a discernere tra vera e falsa religiosità, mostrandoci come una falsa religiosità possa addirittura condurci ad alzare la mano contro i fratelli, mentre una vera religiosità porta a dare spazio alle motivazioni interiori in tutto ciò che si fa per il Signore, lasciando parlare più la vita che le opere, con l’offerta di se stessi.

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