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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Qehila, tra origini e futuro

Giorgio Acquaviva
29 novembre 2012
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Qehila, tra origini e futuro
14 maggio 2009. Alcuni cattolici di Israele a Nazaret raggiungono lo spiazzo dove poche ore dopo Benedetto XVI celebrerà la messa. (foto F. Proverbio)

Quando a metà degli anni Cinquanta – durante il pontificato di Pio XII e prima dunque del concilio ecumenico Vaticano II – il cardinale Eugenio Tisserant, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, concesse la possibilità di celebrare la Messa in lingua ebraica, pochi capirono l’importanza della decisione. Quel passaggio in effetti tracciava una svolta epocale che non sarebbe stata raggiunta, nella sua unicità, nemmeno dalla storica disposizione della Costituzione Sacrosanctum Concilium del dicembre 1963, che dava il via libera all’uso delle lingue «volgari» nella liturgia cattolica.

La decisione del cardinale Tisserant, infatti, si basava su un assunto preciso: l’ebraico, al pari di latino e greco, era da considerare «lingua antica» della Chiesa, perché fra l’altro era stato usato – secondo il racconto dei Vangeli – nella fabbricazione del titulus crucis (il famoso INRI) apposto dai soldati romani sul patibolo di Gesù di Nazaret. E dunque andava considerato parte integrante del tesoro della Chiesa originaria. Insomma, celebrare la messa in polacco o in cinese, non è la stessa cosa che celebrarla in ebraico (sì, certo, «è la stessa cosa» se si guarda alla validità e alla dignità della celebrazione, ma qui stiamo parlando di altro, stiamo parlando di Avinu quando si dice il «Padre Nostro» e di Kadosh quando si canta il «Santo», di Yeshua-Gesù e di Ruach-Spirito). La cosa comunque non sfuggì al «piccolo gregge» di cristiani di espressione ebraica del neonato Stato di Israele. Lo racconta uno dei loro più conosciuti esponenti, quel padre Bruno Hussar, ebreo nato in Egitto, e cittadino israeliano, fattosi cristiano e padre domenicano, fondatore della Maison Saint Isaie a Gerusalemme, e della comunità di Nevé Shalom – Wahat as-Salaam, il «villaggio della pace» sulle colline a metà strada verso Tel Aviv: «Ci applicammo al duro tirocinio della recita dei Salmi dell’Ufficio in ebraico. Ci volle un grande sforzo e non poca sofferenza per passare da un impacciato balbettìo a una vera preghiera. Ma in seguito ne fummo abbondantemente ricompensati, quando conoscemmo la gioia di leggere i Salmi nella loro lingua originale, con tutta la ricchezza di sfumature che nessuna traduzione potrà mai rendere adeguatamente».

Ad oltre mezzo secolo di distanza da quegli inizi, com’è oggi la situazione della Chiesa di espressione ebraica? Cosa è cambiato? Quali sfide deve fronteggiare la piccola comunità ebreofona alla ricerca della propria identità? Domande  cui tentiamo di rispondere in questo Dossier…

(Questo testo è l’Introduzione al Dossier pubblicato nelle 16 pagine centrali del bimestrale Terrasanta)

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