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Romanzieri musulmani, una vita a ostacoli

Camille Eid
25 novembre 2011
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Mi sono imbattuto in questi tempi nella lettura di Azazil dello scrittore egiziano Youssef Ziedan, vincitore del premio Arabic Booker come la migliore fiction letteraria in lingua araba del 2008 (disponibile in italiano per i tipi di Neri Pozza e, dal prossimo aprile, anche in inglese presso Atlantic Books).

L’autore, direttore del Centro manoscritti della Biblioteca di Alessandria d’Egitto, è il primo romanziere musulmano a scrivere una storia tutta incentrata sul cristianesimo. È la biografia – raccontata grazie all’intramontabile espediente del manoscritto –  del monaco egiziano Hipa, che sarebbe vissuto all’inizio del V secolo, ai tempi delle grandi controversie dottrinali tra cristiani circa la natura di Cristo. Le vicende e gli spostamenti di Hipa tra Egitto, Gerusalemme e Aleppo ci permettono così di avere una ricognizione non solo degli eventi che hanno segnato la cristianità mediorientale nei secoli immediatamente precedenti all’avvento dell’islam, ma anche del retroterra della molteplicità odierna delle Chiese d’Oriente: copti, melchiti, nestoriani, eccetera. E Zaydan lo fa con maestria interpellando amici preti e corroborando il testo con decine di termini propri dell’antropologia e della liturgia cristiane (cella, battesimo, neofiti, vespri, concilio, Theotokos, anatema, apocrifi, Persona, ortodossia, monastero, cenobiti, diacono, quaresima, predica ecc.).  Naturalmente, l’autore non ha perso occasione per abbinare fatti nefasti realmente accaduti in quel periodo, come l’atroce assassinio della filosofa Ipazia, alle fantasiose peripezie sentimentali (Azazil, in fondo, è uno dei nomi del Diavolo) e umane dello stesso Hipa. Alcune affermazioni, messe in bocca a Nestorio («Come può Dio prendersi un figlio?»; «Hanno considerato Dio come uno di tre») riecheggiano versetti del Corano contro gli «associatori» cristiani. E tutto ciò ha suscitato non poche polemiche non dissimili da quelle suscitate in Occidente dal Codice Da Vinci.

Il punto è che i pochi romanzi di questo genere letterario finiscono subito per essere classificati sotto una tra due categorie: o critica del cristianesimo (e qui il successo editoriale è garantito) oppure apologia del cristianesimo. Quattro anni fa, la pubblicazione di La fame ha altri volti di Wafa Lbouissa ha suscitato reazioni talmente ostili nel mondo arabo che molti imam sono insorti contro il libro durante la predica del venerdì. La scrittrice vi narra la storia di una ragazza libica costretta a trasferirsi negli anni Ottanta dallo zio residente ad Alessandria dove, dopo varie traversie, abbraccia la fede cristiana. L’accusa, come si può immaginare, è apologia del cristianesimo (l’autrice è tuttavia musulmana) e denigrazione dell’islam. Alcuni ulema musulmani si sono basati, infatti, sui paragrafi in cui la protagonista lamenta la «frequenza illogica» della preghiera nell’islam e «le parole incomprensibili del Corano», oppure in cui paragona le porte sempre aperte della chiesa, che accoglie poveri e affamati, alle porte chiuse della moschea, per accusare la scrittrice di invitare i musulmani a convertirsi al cristianesimo. Un docente universitario di Bengasi ha addirittura stilato un lungo elenco dei «vizi» del romanzo chiedendosi «perché mai dobbiamo acquistare con i nostri soldi un’opera che ci inonda di insulti e le opinioni di una protagonista dalla psiche malata?». A nulla sono serviti i chiarimenti di Wafa Lbouissa.

La  strada per raggiungere la libertà di coscienza (e di espressione) nei Paesi islamici è ancora lunga.

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