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Paolo, le rivoluzioni e i segni dei tempi

padre Frédéric Manns ofm
23 maggio 2011
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Dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo del comunismo, l’Occidente assiste sbalordito all’esplosione del mondo arabo. I giornali hanno parlato di una nuova primavera, di una rivoluzione dovuta a Facebook, di una nuova intifada, di un risveglio delle nazioni arabe. Il futuro dirà chi aveva ragione.

Alain Badiou un filosofo francese, analizzando la situazione dell’Oriente, pensa che un vento proveniente da Est spazzerà via l’orgoglio dell’Occidente cieco, che ha sostenuto i dittatori arabi per sete di petrolio. Lo stesso filosofo, scrivendo alcuni anni fa un libro su san Paolo, il fondatore dell’universalismo, aveva proposto come chiave di lettura della vita dell’apostolo l’idea di rivoluzione. Si dice che sofferenza e violenza facciano partorire una storia nuova. Come già Jacob Taubes, commentatore della lettera di Paolo ai Romani, anche Badiou ha visto in Paolo un ebreo che ha avuto il coraggio di affrontare con la non-violenza un impero, quello romano, che sembrava indistruttibile. Paolo ha seminato nel mondo antico una parola di libertà che rifiutava di considerare gli imperatori come divinità, che denunciava il culto di Afrodite celebrato nei grandi centri come alienazione. E che affermava : «Non c’è più né ebreo né pagano, né schiavo né uomo libero, né uomo né donna». Per chi conosce il mondo antico, tale affermazione era esplosiva. Paolo rigettava tutte le identità chiuse del mondo antico. Anche ai suoi compagni farisei ricordava che il Messia è la fine della Legge. La morte e risurrezione di Gesù sono in grado di unire i cristiani di qualsiasi provenienza. Il Messia d’Israele vuole portare la salvezza all’ebreo come al pagano.

Al mondo antico, orgoglioso delle sue strutture, dei suoi santuari e dei suoi teatri che diffondevano nell’impero la cultura romana, Paolo annuncia valori nuovi. Piuttosto che distruggere, egli vuole toccare il cuore dell’uomo per farlo riflettere e ritornare a Dio. Se il cuore dell’uomo è sano, può affrontare qualsiasi prova. Una rivoluzione che non cambia il cuore rimane in superficie.

La vocazione all’universalismo è fondamentale già nella Bibbia. In Abramo tutte le nazioni della terra dovevano essere benedette. Per Paolo tutto quello che avvicina e unisce gli uomini è buono e quello che crea barriere e divide è male. Egli vuole portare il messaggio di libertà cristiana a tutte le nazioni, fino ad arrivare a Roma, la capitale dell’impero. Mentre i giudeo-cristiani si ripiegavano sulla propria identità, Paolo fa scoppiare questa identità come Abramo aveva fatto prima di lui, e come l’autore del libro di Giona aveva annunciato.

Dio aveva dato ad Abramo l’ordine di lasciare la sua terra dicendo: «Lek leka», espressione che alcuni rabbini hanno tradotto: «Va verso di te. Rientra in te. Ritrova nel tuo cuore la tua identità autentica». Nel cuore di ogni uomo si trova la chiamata all’universale.

Tutti siamo uno in Cristo, ripeteva Paolo. Questa certezza contiene gli elementi di una rivoluzione profonda.

Musulmani, ebrei e cristiani nell’esplosione attuale dell’Oriente devono ritrovare il senso della vera rivoluzione che deve essere anzi tutto un’evoluzione. Negare Dio significa distruggere l’uomo. La tentazione di Gerusalemme, quella di mettere il sacro al servizio della politica, rimane tuttavia sempre presente. Paolo, con il suo genio, ha contribuito a far nascere un mondo nuovo nel quale ogni uomo è chiamato ad essere fratello.

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