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Un Amore che unisce la terra e il cielo

suor Chiara Letizia *
14 marzo 2011
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Tornando dall’ospedale, dove una sorella era ricoverata, sono arrivata a piedi alla Porta di Damasco, e poi ho preso l’autobus 21, che passa giusto davanti alla porta del monastero.

Gli arabi sono di solito molto silenziosi, ma il mio vicino di posto aveva voglia di parlare. Mi ha chiesto se appartenevo a quella specie di cristiani che vivono in quelle case strane addossate sulla roccia, nel deserto, come quello che si trova andando giù, verso Gerico. Non ha aspettato neppure la risposta, e poi mi ha detto che aveva saputo da poco che questo genere di persone non si sposa. E siccome la cosa lo lasciava veramente molto perplesso, voleva sapere se era vero. La domanda mi ha colto un po’ alla sprovvista, e così l’amico ne ha approfittato per continuare a dirmi che non riusciva a capire il senso di questa scelta: Allah non ci ha forse affidato la terra? Non è nostro dovere abitarla, e fare figli, che la posseggano e abitino dopo di noi? Aver figli non è segno di ricchezza, di potenza? Ma perché poi rinunciare ad avere tutto ciò che si potrebbe avere?

Allora ho provato a dire qualcosa, ovvero che il Signore non ci ha affidato solo la terra, ma anche il cielo. E ci ha affidato, soprattutto, il compito magnifico e difficile di tenerli uniti, perché non ci sia terra senza cielo, né cielo senza terra. E che quindi, siccome Lui è Amore, questo modo di tenere unito cielo e terra non può essere altro che una vita che ama, che ama Lui e che ama tutti, soprattutto gli ultimi, i poveri, che si fa solidale. Esattamente il contrario di una questione di forza e di potenza.

E una vita poi, la nostra, che tenga desto fra gli uomini questo desiderio del cielo, quest’attesa di quel compimento in cui noi vedremo il Volto di Dio, questa certezza profonda che il desiderio di Lui è già in qualche modo anticipo di una pienezza, è già comunione con Lui. «Vivere per aspettare qualcuno?», mi ha domandato, sempre più perplesso.

Non penso proprio di averlo convinto con le mie risposte, ma sono contenta che la domanda, il dubbio, gli siano rimasti: forse il senso del celibato è proprio quello di essere una domanda, una ferita aperta…

La domanda è rimasta dentro anche a me. E mi sono resa conto che ciò che colpisce la gente fra cui viviamo non è tanto la preghiera: qui tutti pregano! Non è neppure la vita fraterna, visto che Israele è nato nei kibbutz e che gli arabi hanno un senso della famiglia molto vicino alla nostra idea di fraternità. Non è neanche la povertà, perché non ci vedono vivere, e non sanno che in realtà nessuna di noi possiede nulla, e che le nostre giornate passano nel lavoro, nella semplicità, senza nulla più del necessario. Ciò che colpisce, invece, è la scelta di vita verginale, come mistero incomprensibile che rimanda ad un modo di abitare la terra veramente altro, un modo di affacciarsi sulla storia senza pretese, fosse anche quella più legittima di contribuire a continuarla.

Una vita che non solo prega Dio, ma sposa il modo di Dio di stare nella storia; una vita che non crede che la terra è tutto, e che proprio lì dove sente la ferita di una mancanza, porta i segni della Sua pienezza, e Lo attende.

Ciò che colpisce, poi, in questa terra, è che si possa essere celibi, e anche felici, qui dove la gioia sembra essere veramente un lusso, e sembra legata unicamente al possedere qualcosa qui, in terra; a possedere questa terra.

Qualche giorno dopo, sempre tornando dall’ospedale, avevo proprio voglia di rivedere il mio amico, e di continuare il discorso. Quindi mi guardo in giro, passano diversi autobus, che ugualmente potrebbero portarmi al monastero, ma io cerco il 21. Ci salgo, e mi guardo intorno: il mio amico non c’è, e mi spiace.  Ma poi mi dico: pazienza, posso sempre attenderlo…

(* L’autrice è claustrale presso il monastero di Santa Chiara a Gerusalemme)

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