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La «deriva» turca e i rischi per il dialogo

padre David M. Jaeger ofm
12 luglio 2010
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Un mio collega alla Pontificia Università Antonianum, il vescovo cappuccino Luigi Padovese è stato barbaramente ucciso nella sua residenza in Turchia, accoltellato più volte e praticamente decapitato da un suo dipendente, un giovane turco di religione musulmana (come la grandissima maggioranza della popolazione turca). Tutti noi che conoscevamo e stimavamo mons. Padovese, mite e dal volto sempre sorridente, abbiamo avvertito un profondo dolore. L’assassino, subito arrestato,  ha ammesso il fatto, attribuito dagli inquirenti a problemi mentali.

Tutti in Turchia, autorità locali e nazionali, hanno condannato il delitto ed espresso le loro condoglianze. E nonostante lo stesso Santo Padre, che stava per iniziare la Sua visita a Cipro, avesse invitato a non associare il fatto all’islam, un po’ dappertutto si sono levate voci di chi per l’ennesima volta ha messo in questione la possibilità di dialogo con «i musulmani», che non avrebbero altro in mente se non di massacrare i cristiani. Non è certo così che si rende omaggio alla memoria di un discepolo di san Francesco.

C’è qualcosa di tenacemente radicato nel cuore dell’uomo, che lo porta a voler vedere tutta l’umanità sempre divisa tra «noi» e «loro». E «loro», tutti insieme, sono sempre cattivi nei confronti di «noi» buoni. Così, ogniqualvolta che uno di «loro» fa del male a uno di «noi», sentiamo riconfermato il nostro pregiudizio. Ma cosa possiamo dire, per esempio, dei «cristiani» che massacrarono nel 1995  migliaia di musulmani inermi a Srebrenica, nella ex-Jugoslavia? E degli altri «cristiani» che, pur presenti e armati (i soldati europei dell’Onu) se ne stettero a guardare?

Ciò detto, non si deve ignorare la deriva islamista che la Turchia, già rigorosamente laica, sta vivendo. E non senza colpa «nostra». Non è stato forse l’Occidente ad indebolire la laicità turca, diffidando i militari turchi, guardiani della laicità, dal prendere in mano ancora le redini del governo (come antidoto all’avanzata islamista)? E non è stato forse l’Occidente a premere sempre più sulla Turchia affinché allargasse gli spazi della «libertà religiosa»?

L’Occidente ha agito in base ai propri valori, ma è sempre un rischio sbandierarli fuori contesto. Sarebbe stato necessario prestare più attenzione alla realtà della Turchia, dove i decenni della «repressione laicista» non sono bastati a spegnere completamente quell’affezione di tanti cittadini all’islam tradizionale, così facilmente manipolabile in senso anti-democratico e regressivo. Solo lo sviluppo economico e la crescita della classe media colta ed aperta alla modernità renderanno col tempo non più necessarie le difese rigorose contro il risveglio dell’islamismo politico. Premendo invece per sempre maggiori (e indistinte) «libertà religiose», diffidando i militari guardiani dell’eredità laica di Ataturk, e nello stesso tempo rinnegando le mezze-promesse fatte alla Turchia circa la sua ammissione nell’Unione Europea (un miscuglio singolare di nobili ideali fuori contesto e di ripensamenti xenofobi circa promesse che non si sarebbero mai dovute fare!) l’Occidente è probabilmente riuscito ad ottenere un epocale cambio di direzione politica in questa grande nazione alle porte d’Europa. Ogni giorno che passa, la Turchia sembra essere sempre più lontana dall’Europa e sempre più vicina al Medio Oriente, specialmente al regime degli ayatollah iraniani.

Il cambio di rotta non si è ancora consumato completamente, e forse esiste ancora qualche possibilità di scongiurare l’abbandono della Turchia al suo mesto destino di re-islamizzazione. Ma l’Europa si deve risvegliare e mutare con urgenza atteggiamento politico.

Per quanto riguarda «noi cristiani», invece, dobbiamo tutti essere più attenti ai facili giudizi che siamo portati a pronunciare ogni volta che uno di «loro» fa del male ad uno di «noi».

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