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Dialogo, indietro non si torna

Emil Amen
12 luglio 2010
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Dialogo, indietro non si torna
Ali Al-Samman

Ricorre quest’anno il decimo anniversario dello storico viaggio di Giovanni Paolo II in Egitto (24-26 febbraio 2000). Anche a distanza di tempo, quella visita – che si è conclusa con il pellegrinaggio al Sinai – viene ricordata dalle varie componenti della società egiziana come una limpida testimonianza cristiana, capace di sovvertire l’immagine comune in molti Paesi musulmani di un Occidente colonizzatore, ricco, materialista e privo di valori morali.

Tra gli organizzatori di quell’evento per parte egiziana ci fu il dottor Ali Al-Samman, a quel tempo coordinatore della Commissione per il dialogo di Al-Azhar (il più importante centro teologico dell’islam sunnita – ndr) e oggi coordinatore della Commissione per il dialogo interreligioso del Consiglio supremo per gli affari islamici in Egitto. Lo abbiamo incontrato per chiedergli di rievocare quel viaggio e di fare il punto sul dialogo tra islam e cristianesimo oggi nel Paese delle piramidi.

«Posso dire –  racconta – che i giorni della visita di Giovanni Paolo II in Egitto e all’università Al-Azhar sono tra i miei ricordi più dolci per quanto riguarda il mio impegno nel dialogo islamo-cristiano tra l’Università Al-Azhar e il Vaticano. Quei momenti rappresentarono il culmine di quanto le due istituzioni erano andate concordando nel 1998. Non posso dimenticare l’umiltà del Papa nell’esprimere la sua gratitudine per la visita ad Al-Azhar e la sua felicità nell’incontrare gli studiosi musulmani. Quell’evento rimane come un nutrimento per l’anima».

Come vede la situazione del dialogo oggi?
Non guardo al passato con rimpianto, ma direi che il dialogo richiede un esercizio continuo. Esso è parte di un’azione internazionale. Bisogna sentirsene partecipi e lasciare che gli altri entrino in relazione con noi. Penso di poter legittimamente dire che chi non fa passi avanti resta indietro. Il lavoro tradizionale non basta più; bisogna trovare strade nuove. Un incontro all’anno in Vaticano e un altro ad Al-Azhar non sono sufficienti. È uno schema superato, tradizionale. Cooperazione e attività devono darsi dimensioni più ambiziose. Aggiungo che la morte di Giovanni Paolo II e i fraintendimenti su alcune affermazioni (del suo Successore – ndr) che hanno ferito la componente musulmana hanno esercitato un ruolo nel rallentare il cammino del dialogo.

Lei oggi presiede la Commissione del dialogo tra le fedi del Consiglio supremo per gli affari islamici. Che cos’è questo organismo?
Il Consiglio supremo per gli affari islamici fa parte dell’apparato statale e obbedisce alle direttive del ministro per gli Affari religiosi Mahmoud Hamdi Zaqzouq che ha una mentalità aperta, grazie alla sua formazione (ha studiato in Germania – ndr). Un’apertura che egli lascia trasparire dai suoi scritti, libri e opinioni. Il lavoro di questa commissione è complementare a quello di Al-Azhar. Così come il Vaticano, la commissione per il dialogo di Al-Azhar si concentra su un ambito ben delimitato, mentre la Commissione del dialogo tra le fedi del Consiglio supremo per gli affari islamici si occupa di tutte le religioni in tutti in Paesi in una prospettiva più ampia ed esauriente.

Il dottor Ahmed Al-Tayeb, l’attuale sceicco di Al-Azhar, quand’era decano della stessa Università disse che il dialogo tra le religioni era diventato un insieme di inutili occasioni protocollari. Assunto il nuovo ruolo, oggi ne sottolinea invece l’importanza…
Il dottor Al-Tayeb parlava di una situazione reale che anch’io ho avuto modo di rimarcare. Si facevano incontri meramente protocollari perché non si mettevano in campo risorse e cooperazione. Quando si è installato nel nuovo incarico, Al-Tayeb ha acquisito determinazione e forza. I leader musulmani, sia a livello locale che globale, hanno avvertito che il suo approccio era mutato e che era diventato uno capace di prendere decisioni. Ciò implica che egli voglia fare passi avanti, come lui stesso ha spiegato. Non dimentichiamo che ha studiato alla Sorbona e che quel periodo di studi ha contribuito a renderlo aperto.

Il patriarca copto-cattolico di Alessandria, Antonios Naguib, ha recentemente fatto visita a Tayeb e i due hanno discusso della composizione di una commissione cattolica per il dialogo con Al-Azhar a livello nazionale. Come valuta questa idea?
Il dialogo a livello locale è importante e non è incompatibile con quello, a livello più ampio, in corso con il Vaticano. In terra d’Egitto il dialogo promuove stabilità e sicurezza. La comunità copto-cattolica è importante. L’idea di una simile commissione fornisce un altro segnale sulla volontà del dottor Tayeb, e di Al-Azhar, di aprirsi a tutte le comunità cristiane e non solo ai copto-ortodossi che sono in maggioranza tra i cristiani egiziani. C’è apertura anche verso gli evangelici e gli anglicani, e c’è grande cooperazione con tutti.

Fino ad oggi il dialogo interreligioso rimane appannaggio di un’élite. Perché fatica a penetrare nel tessuto sociale?
Ammetto che sin dall’inizio il dialogo non è riuscito a coinvolgere la base. È un’impresa che non avrà successo senza il sostegno dei mass media e una strategia di comunicazione.  Finora i media non hanno fatto abbastanza per veicolare al grande pubblico la cultura del dialogo tra le religioni.

Come spiega, dal suo punto di vista, gli attacchi recenti contro la Chiesa cattolica e Papa Benedetto XVI? Chi c’è dietro e perché?
Senza dubbio ci sono fatti (il riferimento è alle accuse di pedofilia mosse ad alcuni preti – ndr) che non possono essere negati. Il grado di attenzione verso quei fatti è altra cosa. Forse ci sono dietro dei gruppi di interesse. L’attenzione dei media verso una specifica situazione rivela cosa ci sia dietro questi attacchi. Probabilmente si punta a ridurre l’influenza della Chiesa cattolica nel mondo. Il comportamento sbagliato di qualcuno non dev’essere letto come il comportamento di tutta la Chiesa. Esiste una linea rossa. Qualcuno l’ha superata arrivando a dire che certi errori stanno alla base della Chiesa. È un modo di fare inaccettabile e moralmente esecrabile.

Anche alcuni media egiziani hanno preso parte alla distorsione della realtà. Cosa ne dice?
Quando i media cedono alle esigenze del mercato, posso capire che commettano abusi ed errori. È la strada che percorre certo giornalismo meschino, quella in cui spesso non c’è alcuna correlazione tra un titolo e i contenuti delle questioni. Credo che anche nel nostro caso sia accaduto proprio questo.

Molti copti lamentano che il loro status di cittadini in Egitto viene mortificato. Il riferimento è soprattutto alla strage del Natale scorso a Nag Hammadi. Cosa ne pensa?
C’è differenza fra taluni eventi e le condizioni generali. I fatti di Nag Hammadi non si possono negare. La situazione generale è invece che abbiamo una maggioranza musulmana e una minoranza copta. Quest’ultima pensa che quello che ha non sia abbastanza, la maggioranza invece la pensa all’opposto. È la legge dei numeri a governare i rapporti tra minoranza e maggioranza. Oggi, bisogna riconoscerlo, i cristiani occupano posti di rilievo nella magistratura, come le presidenze di corti d’appello. Sono ruoli di grande importanza.

Allora perché i copti oggi non si sentono sicuri in Egitto?
Per sentirsi sicuri i cristiani devono tener conto di una questione molto seria che è l’ignoranza a livello pubblico. L’ignoranza alimenta la paura dell’altro. Ti fa sentire che come cittadini non siamo tutti uguali e che il concetto di cittadinanza è solo uno slogan senza sostanza.

Pensa che lo Stato egiziano ignori i cristiani copti?
Onestamente e senza pregiudizi direi che il presidente Hosni Mubarak in questo contesto ha preso decisioni significative, come quella di inserire il 7 gennaio (data del Natale ortodosso – ndr) tra le festività nazionali. Il presidente Sadat, nonostante il suo liberalismo, non poté prendere una simile decisione. Mubarak s’è reso personalmente garante e ha disegnato le regole e uno stile di approccio. Quello che preoccupa di più i copti ora è il modo in cui i media raccontano gli eventi.

Cosa l’ha disturbata di più dei fatti di Nag Hammadi?
La cosa peggiore è che allo scontro e all’omicidio si è aggiunto un nuovo elemento: la prepotenza, il bullismo. Quando subentra questo aspetto le cose si fanno ancora più serie. Ma ho fiducia che alla fine la voce della ragione avrà la meglio sulla demagogia.

L’Egitto come può rafforzare il suo ruolo a livello globale nell’offrire un modello di coesistenza islamo-cristiana?
Nutro la grande speranza che il nuovo sceicco di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayeb, voglia impegnarsi a correggere la nostra immagine internazionale su questo versante e ottenga in questo campo la collaborazione dei mezzi di comunicazione egiziani.

(traduzione dall’inglese di G. Sandionigi)

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