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La Palestina che soffre, con gli occhi della fede

Giuseppe Caffulli
10 maggio 2010
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I firmatari su Internet, mentre andiamo in stampa, sono 1.780; su Facebook i fan hanno raggiunto il numero di 2 mila circa. Stiamo parlando del documento Kairos Palestina («Un momento di verità: una parola di fede, speranza e amore dal cuore della Palestina che soffre») un percorso di «confronto, preghiera e riflessione» reso pubblico da un gruppo di personalità cristiane palestinesi l’11 dicembre scorso. Il documento si rifà al ben più noto Kairos Document, redatto a Soweto nel 1985 da un gruppo di teologi neri per richiamare la responsabilità delle Chiese cristiane nella lotta all’apartheid.

Il documento elenca in maniera franca le sofferenze dei palestinesi: un processo di pace che si nutre solo di parole; il muro di separazione; gli insediamenti; l’occupazione militare, le umiliazioni ai check-point; la separazione forzata delle famiglie; le restrizioni alla libertà religiosa; la condizione dei profughi e delle migliaia di detenuti nelle carceri israeliane, la questione di Gerusalemme.

La domanda che Kairos Palestina pone non è da poco: come vivere da cristiani in questa situazione? Amando ogni uomo e ogni donna, incluso il nemico, resistendo però al male – come l’occupazione israeliana dei Territori – con i mezzi della giustizia e della non-violenza.

Negli ambienti ecclesiali qualcuno ha avanzato critiche, temendo la rinascita di una «teologia della liberazione» palestinese troppo connotata politicamente. E che si ingeneri l’equivoco di una Chiesa antagonista nei confronti d’Israele.

Fuori dalla Terra Santa il documento ha avuto ampia circolazione in seno al Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec), che ha chiamato a promuovere azioni capaci di favorire il dialogo tra le fazioni e la fine dell’occupazione. In Terra Santa ha ottenuto l’incoraggiamento dei vescovi cattolici dei vari riti, del vescovo luterano e di quello anglicano di Gerusalemme.

«Essere momento di verità», vivendo da credenti dentro le sofferenze della Terra Santa, denunciando le ingiustizie ma lottando per la pace e la riconciliazione con le armi della non-violenza e della preghiera (le armi che Gesù ci ha consegnato), non potrà che portare a esiti positivi per la società israeliana e palestinese.

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