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Il 27 dicembre 2008 veniva lanciata l'Operazione Piombo Fuso.

Gaza un anno dopo. La ricostruzione che non c’è

Paola Caridi
20 gennaio 2010
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Gaza un anno dopo. La ricostruzione che non c’è
Due palestinesi, padre e figlio, tra le macerie di Gaza, dopo l'Operazione Piombo Fuso, delle forze armate israeliane.

Un anno dopo l’Operazione Piombo Fuso, una delle poche, pochissime strutture che sono state costruite, a Gaza, è a ridosso del muro di Erez che separa la Striscia da Israele.  È un tunnel, rete ai lati e lamiera come copertura. Un tunnel lungo, che parte dal terminal israeliano e arriva dritto al container che ospita l’ufficio di coordinamento palestinese. Tutto attorno, però, la desolazione è la medesima, campi, macerie, il nulla che accompagna l’ingresso dentro la Striscia. Quel tunnel è uno dei rarissimi, e particolari, segni di una ricostruzione che era stata annunciata a gran voce nei primi mesi del 2009, sull’onda dell’emozione suscitata dal bilancio sanguinoso dell’Operazione Piombo Fuso. Lanciata dall’esercito israeliano il 27 dicembre del 2008, e conclusasi il 18 gennaio del 2009 con l’entrata in vigore delle due tregue parallele dichiarate dal governo di Israele e dai leader di Hamas a Gaza, la guerra-lampo decisa da Ehud Olmert, Ehud Barak e Tzipi Livni ha causato 1.393 palestinesi morti, di cui 347 bambini, e circa cinquemila feriti, assieme alla distruzione di quattromila edifici e al danneggiamento grave di altri quindicimila.

A ricordare i morti, c’è ora una lapide vicino al parlamento distrutto, a Gaza City. I feriti vedono i segni lasciati dall’Operazione Piombo Fuso sul loro corpo. E per il milione e mezzo di abitanti della Striscia la guerra significa macerie, case che non sono state riparate, finestre senza vetri. Perché è la ricostruzione mancata il vero bilancio dell’anno che separa la fine dell’Operazione Piombo Fuso con l’oggi. Di soldi ne erano stati promessi tanti, forse troppi, nella conferenza che in fretta e furia la comunità internazionale mise in piedi a Sharm el Sheikh all’inizio di marzo, in uno dei primi appuntamenti in Medio Oriente della nuova amministrazione statunitense  di Barack Obama.

Di quei ben quattro miliardi e mezzo di dollari preannunciati a Sharm, allora, se ne vedono ben pochi a Gaza. I soldi, come succede da anni, continuano a essere uno strumento di pressione nei confronti di Hamas. Strumento di pressione che finora non ha funzionato, salvo rendere disperata e inumana la vita di un milione e mezzo di persone. Il cemento, per esempio, è merce rara. Non ne entra attraverso i valichi gestiti da Israele. Quel poco che entra, e che costa molto caro, passa attraverso i tunnel che ancora lavorano nel confine sud, quello di Rafah, anche se il governo egiziano sta accelerando la costruzione di un muro che impedisca il contrabbando, aumentando in questo modo la tensione tra gli abitanti della Striscia e il grande vicino arabo. L’assenza di cemento, la disperazione e la vita che preme aguzzano, dunque, l’ingegno. Così, i danni negli edifici sono riparati con le macerie triturate e reimpastate, oppure con i mattoni. Macerie e mattoni divenuti ormai oggetto del desiderio, regalo ambito per i giovani sposi, a cui si dona – quando si riescono a racimolare i soldi – una stanza con cui ampliare la casa dei genitori. Circa cinquecento mattoni con cui costruire il nido di una nuova famiglia.

Un anno dopo la guerra, la desolazione e la disperazione di Gaza hanno raggiunto, se possibile, vette altissime. Non che l’assedio, la chiusura, l’isolamento siano un retaggio dell’Operazione Piombo Fuso. C’erano prima della guerra-lampo. E l’isolamento pressoché totale della Striscia non è neanche cambiato dopo il 18 gennaio del 2009. Nonostante, nel frattempo, abbiano funzionato due tavoli negoziali. Il primo, lento e farraginoso, sulla riconciliazione interpalestinese, tra Fatah e Hamas. Il secondo, tra Hamas e Israele, per lo scambio di prigionieri tra il caporale Gilad Shalit, sequestrato alla fine di giugno del 2006 dalle fazioni armate di Gaza, e centinaia di militanti palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Tavoli interconnessi, tavoli in cui c’è un protagonista della mediazione – l’Egitto – che sta però sempre più diventando parte in causa. Tavoli  politici che, comunque, non hanno cambiato di una virgola la disperazione degli abitanti di Gaza, piegati dall’umiliazione di un vivere quotidiano in cui la ricerca del carburante, del cibo, dell’acqua da bere e per lavarsi divengono priorità ineludibili.

Quanto di questa difficoltà del vivere faccia parte il controllo del potere da parte di Hamas, è difficile dirlo. La gente vicina a Fatah dice che la situazione è tranquilla perché vige un clima di paura. Gli altri, quelli che non hanno casacche visibili, sono troppo occupati alla quotidianità del vivere. Certo è che gli equilibri interni a Hamas non sono gli stessi che c’erano non solo prima dell’Operazione Piombo Fuso, ma anche prima del coup che il movimento islamista palestinese aveva compiuto nel giugno del 2007, concentrando in sé il controllo e il potere su Gaza. L’ala più conservatrice, e soprattutto l’ala più radicale, sembra avere ora non solo la visibilità, ma il controllo. E il sottile equilibrio di potere tra la leadership di Gaza e quella che risiede a Damasco sembra sempre di più una partita che ha bisogno tutte le volte di una ulteriore concertazione. Con il risultato che anche il tavolo della riconciliazione palestinese risente di quello che succede dentro Hamas.

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