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Cristiani di Terra Santa ecumenici per forza

Daniel Attinger *
20 gennaio 2010
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I cristiani di Terra Santa sono ecumenici per necessità. Basta uno sguardo sulle statistiche (sempre aleatorie) per comprendere quest’affermazione, che contraddice ciò che abitualmente si afferma delle Chiese di questa regione, particolarmente di Gerusalemme, di cui si parla solo quando avvengono (piuttosto raramente) scontri nei luoghi santi. In Israele e nei territori dell’Autorità palestinese i cristiani formano circa il 2 per cento della popolazione. Su una popolazione di circa 9 milioni, senza parlare di Gaza dove sono pochissimi, i cristiani sono all’incirca 180 mila e rappresentano ben 13 Chiese «ufficiali» (Chiese cioè che fanno capo a un patriarca o a un vescovo): le Chiese ortodossa greca, cattolica latina e apostolica armena, le Chiese ortodosse copta, siriaca e etiopica, quelle cattoliche melkita, maronita, siriaca e armena nonché le due Chiese anglicana e luterana. Molto schematicamente, la metà dei cristiani appartiene alle Chiese cattoliche (di questa metà il 50 per cento è di rito latino, il restante 50 per cento appartiene agli altri riti cattolici, soprattutto al melkita); l’altra metà appartiene invece alle altre Chiese, soprattutto a quella ortodossa greca (che rimane la più importante, sia in Israele sia nei Territori).

Questo mosaico potrebbe sembrare a prima vista una grande cacofonia, come quella che si scopre la domenica mattina al Santo Sepolcro. Quale testimonianza di amore potrebbero dare i cristiani in questa situazione, «persi» come sono fra più di 5,5 milioni di ebrei e circa 3,5 milioni di musulmani? Ora, poniamo il caso di un giovane cristiano che cerca moglie: non la potrà trovare fra ebree o musulmane (salvo qualche rarissimo caso); la dovrà forzatamente cercare in quel mosaico cristiano e la troverà quasi sicuramente (con circa il 70 per cento di probabilità) in una comunità cristiana diversa dalla sua. Il risultato è che praticamente tutte le famiglie cristiane sono, esse stesse, un puzzle di provenienze cristiane. Nella famiglia che era nostra vicina alcuni anni fa, ad esempio, il padre era armeno e la madre greca ortodossa, la figlia maggiore ha sposato un copto ortodosso mentre un’altra figlia frequenta con convinzione una comunità evangelica. Situazioni simili a questa sono molto frequenti. Le Chiese hanno perciò stabilito un modus vivendi secondo il quale i matrimoni hanno luogo nella chiesa e nel rito del marito, e il battesimo dei figli e delle figlie nella chiesa del padre. Ma poi, nel corso della loro vita, le famiglie seguono, a seconda delle occasioni, le liturgie delle diverse chiese cui appartengono i loro membri, senza preoccuparsi delle troppe sottigliezze teologiche che ufficialmente li dividono. Prevale infatti l’identità cristiana su quella confessionale, cosa favorita, tra l’altro, dall’abitudine – soprattutto nelle Chiese orientali non cattoliche, ad eccezione di quella copta – di comunicarsi piuttosto raramente e di ricevere invece il «pane benedetto» (pane dal quale sono state estratte le particelle che servivano per il pane eucaristico). Non di rado questo pane benedetto si carica di valenze quasi sacramentali, per cui lo si prende con venerazione, lo si porta ai malati della famiglia o a chi non è potuto venire in chiesa.

Insomma, per i cristiani di Terra Santa, l’ecumenismo non è una preoccupazione; è il problema dei capi… che magari parleranno di «relativismo», mentre si tratta forse solo di buon senso, del sensus fidei di cui parlavano i Padri.

(* L’autore è monaco della Comunità di Bose)

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