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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia
Esso si distingue da ogni altro amore umano, venato di egoismo e desiderio di possesso. E si riconosce dai frutti, ci dice Paolo, che sono anzitutto vera gioia e pace.

L’Amore di Dio, vita in noi

suor Chiara Giovanna
4 maggio 2009
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L’Amore di Dio, vita in noi
L'incontro fra Pietro e Paolo. Duomo di Monreale, mosaico della cappella settentrionale del coro, XII secolo.

Amore oggi è parola logora, spesso banalizzata, il cui senso vero rischia di sfuggire, pare persino un oggetto di consumo. Così, per parlarne, Paolo non si serve dei vocaboli comuni, ma adotta un termine insolito: agàpe, che vuole sottolineare la gratuità e la comunione che crea; spesso tradotto con carità, che pure si presta ad equivoci. In ogni caso per l’apostolo si tratta dell’amore che Dio ha verso di noi, ma soprattutto in noi. Egli afferma infatti: «l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Attraverso lo Spirito Santo, che è il dono del Risorto e dimora nei nostri cuori, è lo stesso amore di Dio ad abitare in noi. Così l’ascolto dello Spirito – che ci parla attraverso la Parola, i sacramenti, gli avvenimenti, i fratelli, la nostra coscienza – ci rende capaci di lasciar traboccare questo amore tanto diverso da quello a cui noi comunemente diamo il nome di amore.

Paolo c’insegna quanto accade se camminiamo nello Spirito, se ci lasciamo trasformare da lui vincendo l’egoismo e la sete di possesso che s’insinua anche dentro i sentimenti. Allora traspare il frutto dello Spirito, che è l’amore. Tale amore si manifesta concretamente nella gioia, perché la gratuità del dono di sé, la scoperta della bellezza di essere amati da Dio gratuitamente e sempre, dentro la propria debolezza, donano un gaudio che niente può scalfire. Ancora l’agàpe è pace interiore, la tranquillità profonda di chi non ha pretese e aspettative che vengono sempre deluse e non rincorre falsi miraggi di felicità, perché sa che il godimento gli abita dentro. Ma non basta, è pure pace nel rapporto fraterno; unita a magnanimità e benevolenza verso tutti; a bontà, quella di Dio nel suo rendersi manifesta in chi si consegna a lui; a fedeltà che è trasparenza di quella di Dio e si concretizza nel rapporto di coppia, nell’amicizia, in ogni relazione umana come nel sì al disegno di Dio; a mitezza, perché guarda al Crocifisso e impara da lui che è mite e umile di cuore (Mt 11,29); al dominio di sé che non si lascia trasportare dalle passioni, perché lo Spirito Santo, che opera nell’intimo, purifica, illumina alla conoscenza di sé e brucia con il fuoco dell’amore quanto allontana da Dio.

Allora si comprende perché Paolo ci ha lasciato un inno all’agàpe che ci è donato di vivere nella relazione con Dio e con i fratelli, a condizione che lasciamo operare in noi lo Spirito: «Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità (agàpe), sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine» (1Cor 13,1-8).

Se quanti si dicono cristiani prendessero coscienza di questa realtà meravigliosa che li rende veramente liberi, con la loro stessa esistenza griderebbero al mondo dove deve andare a cercare la qualità della vita: non nell’abbondanza dei beni, nel successo, nel potere, nel piacere, ma nella bellezza del dono di sé, vivendo dell’agàpe e lasciandola traboccare su fratelli e sorelle nella condivisione dei beni, nell’aiuto, nell’amicizia.

(L’autrice è monaca di clausura tra le clarisse del monastero di Santa Chiara a Milano)
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