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I luoghi della Bibbia? Rischiano di sparire

Giuseppe Caffulli
6 aprile 2009
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I luoghi della Bibbia? Rischiano di sparire
Gli scavi archeologici del palazzo erodiano a Gerico, in Cisgiordania.

La situazione di abbandono e incuria del patrimonio archeologico palestinese.


La collina di Gerico (il tell, nel linguaggio archeologico), dove sorgeva la città biblica (la prima località che gli israeliti incontrarono nella terra di Canaan dopo il passaggio del Giordano) è l’immagine più eloquente dell’abbandono nel quale versa il patrimonio culturale palestinese. Basta fare una passeggiata all’interno dell’area archeologica per avere la chiara percezione del disastro: protezioni e parapetti sfondati, cartelli divelti, didascalie illeggibili, immondizia… Nella morsa dell’interminabile crisi che attanaglia Israele e Palestina, le testimonianze storiche, archeologiche e monumentali sono in grave pericolo, soprattutto per la mancanza di istituzioni locali in grado di curare e tutelare un patrimonio che appartiene a tutta l’umanità. La denuncia della gravissima situazione in atto (resa ancora più problematica dalla recente e sanguinosissima crisi di Gaza) è stata lanciata dalle colonne del numero di gennaio-febbraio 2009 della rivista fiorentina Archeologia viva. Carla Benelli e Osama Hamdan (la prima è membro del team di studiosi diretto fino a pochi mesi fa dal compianto padre Michele Piccirillo; il secondo è docente di conservazione dei beni culturali presso l’Università Al Quds di Gerusalemme e direttore del Mosaic Centre di Gerico) firmano un articolo dal titolo inequivocabile: «Territori palestinesi. Il dramma dei beni culturali».

Abbiamo raggiunto al telefono il professor Osama Hamdan per approfondire l’argomento e per farci spiegare quali soluzioni intravede. «L’intero patrimonio palestinese è in pericolo – spiega -.  Ovvio, adesso a soffrire sono soprattutto i beni culturali di Gaza, per la situazione che vive la Striscia. Ma la realtà è ovunque drammatica. Pensi che su 12 mila siti archeologici censiti nelle aree A e B in Palestina (quelle che sono sotto il controllo dell’Autorità palestinese – ndr), solo due sono visitabili e aperti al pubblico, quelli di Gerico, pur nelle loro condizioni precarie. Gli altri siti o complessi monumentali, sono praticamente abbandonati».

Il conflitto che coinvolge da decenni i territori palestinesi continua ad avere effetti devastanti sul patrimonio culturale. Com’è noto, la Palestina è in via di definizione e divisa in due (Cisgiordania e Striscia di Gaza);  in parte è ancora soggetta a occupazione militare e poco attrezzata per gestire le vaste risorse storiche e artistiche. Ma basta ricordare il nome di qualche località, per cogliere in tutta la sua importanza il valore storico e religioso dei luoghi di cui si sta parlando: Gerico, con il tell e la città erodiana; Betlemme, con le vestigia cristiane, le piscine di Salomone, il palazzo dell’Herodion e i monasteri del deserto di Giuda. Per non parlare di Hebron, con le tombe dei patriarchi, e Sebastia e Nablus, le città dei samaritani.

Nel contesto degli accordi israelo-palestinesi di Taba (1995) si era stabilito che Israele avrebbe trasferito (insieme al controllo del territorio), anche «la protezione e preservazione dei siti archeologici, la gestione, supervisione, concessione di licenze e tutte le altre attività archeologiche» all’amministrazione civile palestinese. Ma l’accordo definitivo è sospeso, il che significa che Israele controlla ancora il 70 per cento della Cisgiordania, oltre a Gerusalemme Est.  «A parte il controllo israeliano su gran parte della Cisgiordania, decine di siti storici e archeologici – spiega il professor Hamdan – sono inclusi nelle aree gestite dalle colonie ebraiche. In tre casi limite, che sono Sebastia (l’antica Samaria), l’Herodion (a sud di Betlemme con il palazzo fortezza di Erode il Grande) e Qumran (con le grotte in cui sono stati rinvenuti i rotoli del Mar Morto), i siti, pur trovandosi in piena Cisgiordania, sono gestiti direttamente dall’Agenzia israeliana per la protezione della natura e dei parchi nazionali».

C’è poi la questione del fortissimo depauperamento del patrimonio culturale, quando non di un vero e proprio trafugamento: «C’è stato un peggioramento nella situazione degli scavi clandestini – spiega Hamdan – . Precipitando la situazione economica, sono tornati in auge i tombaroli che trafugano e vendono reperti anche molto preziosi». Il tutto senza che gli israeliani si scaldino un granché. Soprattutto nella zona C, quella sotto il pieno controllo dell’esercito israeliano, la situazione è particolarmente grave.

Uno degli scogli principali da superare per una seria tutela dei beni culturali palestinesi è il varo di una legge che ne permetta realmente la protezione. «Oggi il quadro legislativo è ancora quello del tempio del mandato britannico – spiega lo studioso -. Se la polizia palestinese trova qualcuno che scava, al massimo può fare una multa economicamente irrisoria. La legge è talmente vecchia e inadeguata che conviene correre il rischio di essere presi. Tanto non si rischia molto».

Quale può essere la soluzione a una situazione che appare disperata? Il professor Hamdan, che insieme al team di archeologi e studiosi guidato da padre Piccirillo ha partecipato ad alcuni importanti campagne di recupero,  sottolinea la necessità di una vera politica per i beni culturali in Palestina, con la creazione di percorsi formativi specifici, che necessitano però del sostegno della comunità internazionale e dei governi più sensibili alla tutela del patrimonio artistico e culturale della Terra Santa.

Ma la vera risposta al rischio che interi siti archeologici spariscano nel nulla, che monumenti millenari vengano inghiottiti dall’incuria dell’uomo e dall’inclemenza del tempo, è una reale soluzione al conflitto in corso tra  israeliani e palestinesi. Solo una situazione pacificata potrà permettere di mettere mano alla salvaguardia di un patrimonio che riguarda la storia di tutta l’umanità.

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