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Autentico o falso? A perdere è la verità

padre Eugenio Alliata ofm
6 aprile 2009
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Il melograno del Primo Tempio (o di Salomone), la stele di Ioas, l’ossuario di Giacomo fratello del Signore… sono solo alcuni tra i falsi biblici più famosi. Ogni tanto se ne risente parlare. Non è risparmiato né l’Antico né il Nuovo Testamento. Questi, sopra menzionati, hanno in comune una storia che sembra far capo ad una sola persona, che si trova  attualmente sotto il torchio della polizia israeliana.

Il melograno in avorio, delicatamente scolpito, mostrava una bella iscrizione in alfabeto ebraico antico: «appartenente al tempio del Signore (YHWH), cosa santa dei sacerdoti». Era l’unico resto del Tempio salomonico venuto fino ad allora alla luce. Un foro praticato nella base suggeriva trattarsi come del pomo di uno scettro sacerdotale. Ma la datazione dell’oggetto e dell’iscrizione, a detta degli esperti, non sembrava corrispondere per niente. Il Museo d’Israele, che per averlo aveva versato una cifra favolosa nel conto segreto di una banca svizzera, fu costretto ad ammettere il possesso di un falso.    Comparve poi la stele di Ioas, re di Giuda (2Re 12), che narrava i lavori fatti nel Tempio con una accuratezza descrittiva e precisione linguistica da incantare storici e biblisti. Ma i geologi chiamati ad esaminare il manufatto riconoscevano nella pietra un materiale estraneo all’area geografica di Gerusalemme. Però la patina che copriva l’iscrizione arrivava a includere particelle d’oro puro, che vi si sarebbero depositate durante l’incendio provocato dai soldati del conquistatore babilonese Nabucodonosor.

L’usanza ebraica di raccogliere le ossa in cassette di pietra con l’apposizione saltuaria del nome del defunto ha comportato alquanti ritrovamenti discussi o anche chiaramente falsificati. Uno dei casi più recenti è costituito dall’ossuario di Giacomo, «fratello di Gesù». Tale qualifica addizionale, avrebbe dovuto mostrare che la fede cristiana si trovava in errore nel dare il titolo di «vergine» alla Madonna. I poliziotti, però, sospettano come falsa proprio tale aggiunta, ridimensionando di fatto il titolare dell’ossuario al livello di un Giacomo qualsiasi.

Quello dei falsi non è un problema soltanto di oggi. Il più famoso tra i falsari dell’Ottocento, un certo M. Shapira, arrivò a rifilare migliaia di «pezzi» ai più quotati musei d’Europa finché non fu smascherato dallo studioso francese Ch. Clermont-Ganneau. La sua specialità erano le scritte in alfabeto proto-ebraico, stilate sul modello di alcune iscrizioni autentiche come la «Stele di Mesha». Una delle sue ultime «scoperte» fu una (diversa) stesura dei dieci comandamenti in codici ebraici di provenienza yemenita. Shapira finì col suicidarsi in un hotel di Rotterdam, ma i suoi falsi rimangono ancora in numerose collezioni antiquarie, compresa quella dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme.

Nella categoria dei falsi troviamo presenti oggetti di ogni varietà e tipo, specialmente quelli che, per la presenza di iconografia o epigrafia, hanno un elevato valore commerciale assicurato.

I falsari moderni, poi, sono decisamente più bravi e più difficili da smascherare di quelli dell’Ottocento. Alcuni oggetti che, se sono guardati da alcuni con sospetto, continuano ad essere difesi come autentici da altri (come, naturalmente, dai loro venditori). Quando i giudici sono chiamati in causa, i processi vanno sempre per le lunghe. La differenza non è soltanto tra la fama e lo scorno, ma importano soprattutto i soldi e, perché no?, le rivendicazioni ideologiche e territoriali.

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