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Islam e bioetica. Dialogo difficile

Paolo Branca
18 novembre 2008
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C’è qualcosa di nuovo nell’aria, anzi d’arcaico. La nostra epoca di passaggio ci ha abituati a questi paradossi. Basta guardare un film di fantascienza per accorgersi che spesso, nel futuro iper-tecnologico, proiettiamo anche cappe e spade di foggia medievale o mutanti che assomigliano più a ipotetiche razze barbariche scomparse che all’esito di ulteriori e raffinate evoluzioni della specie. Stiamo già vivendo mediamente più a lungo dei nostri avi e siamo in grado almeno di frenare l’evoluzione di patologie un tempo incurabili, ma lo sviluppo delle bio-tecnologie suscita anche in noi oscuri presentimenti e legittimi timori riguardo a una vita sempre più artefatta e lontana dai ritmi naturali che l’hanno da sempre dominata.

L’acquisizione di strumenti e metodiche sempre più potenti e complesse sta avvenendo inoltre a una velocità che non consente di metabolizzarle gradualmente tanto a livello della percezione e della sensibilità degli utenti, quanto a quello dei sistemi normativi che dovrebbero regolarne l’utilizzo.

Specie quando sono in causa l’inizio della vita umana, il suo termine e la soluzione di gravi infermità con interventi invasivi, l’etica e quindi le sue implicazioni religiose e giuridiche vengono profondamente sollecitate con esiti che vanno dall’impasse a pronunciamenti perentori e assoluti (sia nel senso di totale proibizionismo o, al contrario, di completa deregulation), utili a fomentar polemiche ma poco adeguati alla delicatezza estrema dei singoli casi, ognuno per molti versi irripetibile e quindi assai difficilmente valutabile in forma netta e univoca.

Laddove la forza del diritto tradizionale, inestricabilmente mischiato al fattore religioso, mantiene un forte grado di cogenza nei comportamenti legati alla vita biologica, i contraccolpi sono maggiormente evidenti, di notevole impatto e gravidi di conseguenze.

L’islam fa certamente parte delle religioni che sono maggiormente interessate dal fenomeno, anche se la fluidità del suo sistema giuridico e l’assenza di un magistero centralizzato consentono una notevole diversificazione delle posizioni a riguardo. Non si può tuttavia ritenere che i musulmani costituiscano in ciò un caso isolato, basti pensare all’ebraismo ortodosso o, in ambito cristiano,   non solo ai Testimoni di Geova per quanto riguarda le trasfusioni di sangue ma più in generale al rovente dibattito su temi bioetici che coinvolge più o meno tutte le confessioni.

Un elemento che però complica il quadro in ambito islamico è quello della liceità di pratiche che coinvolgano persone di differente credo religioso. Già il diritto classico non prevede la possibilità che un non-musulmano (fosse anche la vedova, rimasta cristiana o ebrea) possa ereditare da un musulmano defunto. A maggior ragione, ricevere sangue od organi da chi non è musulmano (e viceversa offrirne da parte di donatore musulmano a chi è di altra fede) sono azioni sconsigliate e ammesse soltanto in casi limite, quando vi sia imminente pericolo di vita e non sussistano alternative. La recente proposta di legge che in Egitto tende a vietare i trapianti tra persone di differente religione si pone in sintonia con questa visione generale e non pare che la giustificazione addotta e relativa allo scoraggiamento del commercio clandestino di organi sia altro che un inconsistente pretesto. Una deriva identitaria ed esclusivista che si sta manifestando anche in ulteriori campi e un po’ dappertutto, come il tentativo di proibire a un giornale cristiano di utilizzare il termine Allah per indicare Dio in Malaysia o la recentissima polemica sorta nelle Maldive circa un emendamento alla Costituzione che riserva la nazionalità esclusivamente ai musulmani.

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