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Un giorno particolare, fra lutto e speranza

Elena Lea Bartolini
17 luglio 2008
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«Ma Tu, o Signore, regni per sempre, il Tuo trono sussiste di età in età. Perché ci dimenticheresti Tu così a lungo? E ci abbandoneresti per così lungo tempo? Facci tornare a Te, o Signore, e noi torneremo! Ridonaci dei giorni come quelli di un tempo!» (Lam 5,19-21). Con queste parole la tradizione ebraica, da più di duemila anni, fa memoria della caduta del Tempio e della deportazione in Babilonia ai tempi di Nabucodonosor (586/7 a.C.), avvenuta il giorno 9 del mese di Av coincidente quest’anno con il 10 di agosto.

È un giorno di digiuno e di lutto sia per lo Stato d’Israele che per tutti gli ebrei della diaspora, durante il quale si fa memoria di una serie di catastrofi che, a partire dalla prima caduta del Tempio, sono accadute in epoche diverse sempre in coincidenza del 9 di Av: la distruzione del secondo Tempio ad opera dei Romani (70 d.C.), la caduta della fortezza di Bethar durante la seconda rivolta giudaica capeggiata da Bar-Kokhvah e il gesto di disprezzo di Adriano che passò un aratro sulle rovine di Gerusalemme come segno di rovina eterna (134-136 d.C.), la cacciata degli ebrei dalla Spagna (1492 d.C.), il decreto riguardante le restrizioni nei confronti degli ebrei in Polonia (1940 d.C.), l’affissione dei manifesti relativi alle deportazioni degli ebrei di Varsavia e l’inizio della distruzione dell’ebraismo in Belgio (1942).

Il 9 di Av è pertanto un triste giorno nella storia del popolo ebraico, in quanto, con una continuità impressionante, ha segnato il tempo di disgrazie e lutti, di persecuzioni e di tragedie. La tradizione inoltre fa risalire al 9 di Av anche la decisione presa da Dio di lasciare per quarant’anni il popolo di Israele nel deserto prima di farlo entrare nella Terra promessa.

A tale memoria si collegano una serie di segni di lutto, inseriti in momenti diversi della liturgia delle feste e delle tappe religiose della vita (come l’osso che sostituisce l’agnello a Pasqua e la rottura di un bicchiere durante la celebrazione delle nozze), che aiutano a mantenere vivo il ricordo del Santuario di Gerusalemme e il rapporto con la Terra dei Padri nella prospettiva di una grande fiducia nell’avvenire, che significa da una parte attesa dei «tempi messianici» ma, dall’altra, anche impegno costante per la promozione di un futuro di giustizia e pace, quindi di un bene comune in risposta al male che esiste ancora nel mondo.

Riecheggiano pertanto particolarmente significative le parole profetiche di Geremia ai deportati: Così dice il Signore: «Ecco, Io li riconduco dal paese di Settentrione e li raccolgo dalle estremità della Terra […] . Erano partiti nel pianto, Io li riporto tra le consolazioni, e li conduco per una via diritta dove non inciamperanno perché sono divenuto un Padre per Israele» (Ger 31,8-9).

La memoria del 9 Av, fra lutto e speranza, in un giorno in cui nello Stato di Israele di ferma qualsiasi attività di svago e divertimento, va compresa quindi come un invito all’azione, all’impegno per un futuro migliore, perché, come diceva Rabban Shimon figlio di Gamliel: «Per tre cose il mondo si conserva: per la giustizia, per la verità e per la pace» (Mishnah, ‘Avot I,2), valori trasversali nelle diverse appartenenze culturali o religiose e condivisibili da ogni uomo e donna di «buona volontà».

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