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Ma il Vangelo è anche per gli arabi

Camille Eid
17 luglio 2008
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Per Habiba Kouider, cittadina algerina convertitasi quattro anni fa al cristianesimo e accusata di aver «praticato un culto non musulmano senza autorizzazione», il tribunale di Tiaret, nell’Algeria sud-occidentale, ha chiesto un approfondimento delle indagini nel processo. Trovata in possesso di bibbie e vangeli, la donna era stata arrestata ai primi di aprile e per lei il procuratore ha chiesto tre anni di reclusione. Il caso ha suscitato vive perplessità, non solo all’estero ma anche nella stessa Algeria, da parte di molti musulmani. La Lega algerina dei diritti dell’Uomo (Laddh) ha commentato positivamente la decisione del tribunale di Tiaret, ritenendo che la donna non abbia commesso nulla di vietato. Il presidente della Laddh, Ghechir Boudjema, ha sostenuto che nella legge algerina non vi è alcun articolo che sanzioni una persona per il possesso di un libro sacro.

Alcuni giornali algerini, da diversi mesi, conducono però una vigoroso battage contro quella che definiscono una «campagna di evangelizzazione» da parte dei movimenti evangelici. Il quotidiano El-Khabar, ad esempio, parla di 32 chiese clandestine fondate in Algeria e cita rapporti ufficiali in cui si afferma che protestanti e cattolici sono totalmente concordi su una sola cosa: «colpire l’unità religiosa dell’Algeria a media scadenza, e quella politica a lunga scadenza». Il ministro algerino degli Affari Religiosi Bouabdallah Gholamallah ha recentemente definito gli evangelici dei «fuorilegge» e ha affermato che il loro obiettivo sarebbe quello di costituire «una minoranza (cristiana) per favorire l’ingerenza straniera negli affari interni dell’Algeria».

La triste vicenda giunge nel momento in cui il Papa ha nominato nuovo arcivescovo metropolita di Algeri il giordano Ghaleb Moussa Abdallah Bader, del clero del patriarcato latino di Gerusalemme, grande esperto di dialogo con l’islam. Senza nulla togliere all’importante opera pastorale svolta dai vescovi francofoni, la scelta di nominare un prelato di origine araba nel Nordafrica – sperimentata in Tunisia con mons. Fouad Twal prima e mons. Maroun Lahham poi -ha il vantaggio di ricordare a molti algerini (e ai musulmani in generale) che esistono da ben prima dell’islam dei cristiani arabi e che la Chiesa non è un elemento europeo o straniero introdotto dai coloni francesi.    

Chi tira in ballo il proselitismo per accusare la Chiesa di animare una sorta di «caccia alla preda da convertire», dimostra di non comprendere la logica che la anima e la sua stessa natura: quella cioè di una realtà che vive e propone l’avvenimento cristiano alla libertà di ogni uomo. Il quale è libero di confrontarsi con essa,  di aderirvi o di rifiutarla. La comunità cristiana è stata fin dalle sue origini missionaria, e chiederle di rinunciare ad esserlo in nome di una malintesa concezione della convivenza tra le religioni, significa metterle il bavaglio e ridurla a una sorta di museo dei valori.  Significa, in fondo, chiederle di rinunciare a essere se stessa.

La storia di Habiba testimonia comunque che l’islam non è – come a torto si ritiene – un universo del tutto  impermeabile. E che l’anelito alla felicità presente nel cuore di ogni uomo e il fascino esercitato dall’incontro con l’esperienza cristiana possono risultare più forti dei condizionamenti di natura giuridica, sociale e culturale incontrati lungo il cammino della conversione. Ma proprio la permanenza di questi condizionamenti deve indurre tutti coloro che hanno a cuore la libertà, a garantire una piena espressione religiosa anche per i «neo-cristiani», troppo spesso costretti alla clandestinità e al silenzio.

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